Non è difficile immaginare
quanti dubbi e perplessità potrebbero nascere intorno alla Missione della
sonda Phoenix. Forse dovremmo spendere ancora qualche parola
sull’argomento… La domanda fondamentale è sempre la stessa: cosa c’è
nella regione di Vastitas Borealis poco sotto lo strato di superficie
apparentemente polverosa e secca? Forse c’è il sale o l’acqua ghiacciata;
forse c’è solamente del CO2 ghiacciato, o magari tutti quanti. E se invece
non ci fosse proprio niente di particolarmente interessante?
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Fig. 1. Credits NASA
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Fig. 3. Credits NASA
Fig. 4. Versione editata in "False
Colors" con enfatizzazione dei toni chiari. Credits
PianetaMarte.net
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Fig. 2. Versione in "Natural
Colors". Credits PianetaMarte.net |
Nell’articolo
"I
BRUTTI SEGNI DELLA CONTRADDIZIONE",
avevamo prospettato cinque
scenari contrastanti a seguito dell’apparente incongruenza tra i
dati atmosferici ed alcune immagini mostranti la "sofficità" del
terreno marziano, una sofficità così evidente che il "robotic arm"
non ha faticato molto per raccogliere dei campioni di suolo da
analizzare. Vi invitiamo a rivedere l’articolo prima di
proseguire. C’è qualcosa che non avevamo ben considerato e che
faremo adesso.
Sulla Terra esiste
sempre e comunque un tasso di umidità relativa ovunque, può
variare di poco o di tanto in percentuale a seconda della
stagione, della latitudine, delle condizioni meteo locali ecc., ma
essa è parte integrante della nostra atmosfera. Quindi, allorchè
le temperature scendono sotto lo zero Celsius, il terreno tende a
compattarsi principalmente in funzione della percentuale d’acqua
presente in esso. Non tralasciamo poi l’effetto che l’atmosfera
stessa può esercitare in qualità di conduttore termico. Su Marte
la situazione è simile alla nostra, teniamo conto però della
differenza di pressione al livello del suolo, dell’umidità
relativa e dell’effettiva presenza di acqua frammista al terreno.
Ovviamente non significa che le temperature rigide non producano
di per sè un qualche tipo di alterazione nei confronti della
materia solida o fluida.
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Fig. 5. Il Polo Nord lunare
visto da SMART. Credits ESA
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Fig. 6. L’impronta umana nel
suolo lunare. Credits NASA |
Supponiamo, ad esempio, di
trovarci sulla Luna in pieno giorno e di prelevare campioni di
suolo come fecero gli astronauti delle Missioni Apollo.
Ebbene, in presenza della luce solare le temperature sulla
Luna si aggirano intorno ai 100°C, o poco più, mentre il
terreno risulta generalmente soffice e facilissimo da
raccogliere. Tuttavia, basta andare all’ombra di un grosso
macigno, oppure nel bordo in ombra di un cratere, per piombare
immediatamente a temperature di -150°C. Cosa accadrà se
volessimo prelevare campioni di terreno lunare non illuminati
dal sole? In questo caso è altamente probabile che esso
manterrà ancora una sofficità elevata, rendendo ugualmente
semplici le operazioni di raccolta. Il motivo di ciò?
-
A causa dell’assenza d’aria.
-
Per la conseguente assenza di
umidità atmosferica.
-
A causa dell’assenza di acqua
nel terreno.
-
Per le differenti condizioni di conducibilità termica del
terreno lunare.
I solidi, sappiamo, si potrebbero
definire come "fluidi ad altissima densità". D’altro canto i
fluidi, nel senso corretto del termine, hanno caratteristiche
di densità molto diverse, vuoi per i gas o per i liquidi. Ad
ogni modo solidi e fluidi interagiscono fra di loro quando si
trovano a contatto nello stesso volume di spazio. Così l’acqua
reagirà in modo differente al cambiare della temperatura
rispetto ai componenti minerali del suolo. Ecco perchè, sulla
Terra, il terreno diventa duro e compatto quando fa molto
freddo. Che dire di Marte?
Osservate attentamente la figura 2 la quale mostra il terreno
fotografato da Phoenix. Il suolo evidenzia chiare ricorsività
strutturali, pattern, che apparentemente potrebbero costituire
un indizio su come l’acqua interagisca con il terreno al
variare della temperatura, dell’umidità relativa e della
pressione atmosferica. C’è però un piccolo problema: stando ai
dati NASA le temperature medie a quelle latitudini non salgono
mai oltre i -30°C quindi, teoricamente, non ci si dovrebbe
aspettare di vedere acqua ghiacciata in fase di scongelamento.
E visto che la sonda non si muoverà mai, sarà altrettanto
complicato sapere cosa accade solo 50 metri più avanti (o
indietro). Forse le prossime immagini ci sveleranno qualcosa,
forse… Una prima serie di valutazioni sommarie dovrebbe
spingerci verso le tre seguenti deduzioni:
-
Phoenix probabilmente poggia sopra un terreno piuttosto secco,
almeno nei primi 20-30 cm di profondità;
-
i pattern strutturali del terreno potrebbero essere originati
dalla sublimazione di CO2, ossia ghiaccio secco;
-
l’acqua molto difficilmente evapora a -30°C, nemmeno a
pressioni tanto basse.
E questo ci porta sempre al punto
di partenza e alla domanda che assilla tutti gli appassionati
di Marte: sotto il terreno di Vastitas Borealis cosa c’è
effettivamente?
Fossero semplici le cose da risolvere! Nelle figure 2 e 3 abbiamo
due particolari che riteniamo molto importanti da commentare: 1) una
sezione di suolo praticamente bianca situata proprio sotto il lander, 2)
un certo numero di "bolle" attaccate nella "zampa" (sinistra) del lander.
Di che si tratta?
-
Si tratta di uno
strato di CO2 congelato?
-
Si tratta di una
lastra di ghiaccio d’acqua?
-
Oppure si tratta di un deposito di sale?
Fra le tre opzioni, molti scienziati e Ricercatori Indipendenti caldeggiano
l’ipotesi dell’acqua, rafforzata proprio dalle "bolle" visibili su
uno degli appoggi della Phoenix, le quali potrebbero essere
condense di vapore acqueo congelatesi immediatamente dopo
l’atterraggio della sonda. La figura 3 è una nostra elaborazione
in falsi colori con enfasi dei toni chiari per rendere più
visibili le "bolle".
Fig. 7. Questa rudimentale figura
vorrebbe illustrare la distribuzione irregolare di vari
elementi nel substrato di terreno di Vastitas Borealis.
Abbiamo preso come valore una profondità media di 30 cm, ma
potrebbe essere vero anche 50 cm o 1 metro… In ogni
caso il disegno vuole mostrare la possibilità che eventuali
depositi di sale, blocchi di ghiaccio, terreno misto
(permafrost) e terreno secco potrebbero essere tutti quanti
componenti integranti di Vastitas Borealis. |
Come si dovrebbe interpretare dunque la texture del suolo
marziano ripreso dalle fotocamere di Phoenix? Questa è
un’altra bella domanda alla quale non è possibile offrire una
risposta univoca e definitiva. Tuttavia…
-
Se il tasso di
umidità e la pressione atmosferica fossero relativamente costanti
avremmo una probabile reattività uniforme dell’aria con il
terreno, almeno fin dove si riesce a vedere. Pensare che tutto il
Polo Nord marziano si possa risolvere entro i pochi decimetri di
raggio operativo della Phoenix sarebbe un errore grossolano.
-
Non è da escludere
che le componenti minerali del suolo siano tali da creare
differenze di permeabilità dell’acqua, sia dall’esterno verso
l’interno che dall’interno verso l’esterno. Questo spiegherebbe la
ricorsività a pattern.
-
Dobbiamo considerare la struttura interna stratificata del
terreno: qualora fosse uniforme avremmo sostanzialmente terreno
secco nella parte esposta alla superficie, terreno intriso d’acqua
ghiacciata subito sotto e, infine, ghiaccio a blocchi (o in altra
forma) ancora più sotto.
-
Ultima ipotesi: la stratificazione irregolare che, secondo noi, è
la migliore fra tutte. In tal caso avremmo una texture composta da
parti di terreno secco alternate a parti di terreno umido e
compatto con – perchè no – frammenti di ghiaccio emergenti in
superficie. Osservando attentamente la figura 2 non si può certo
ritenere impossibile quanto appena detto. Si notino i continui
dossi, le continue sinuosità regolari e il colore di certe sezioni
di terreno.
Resta ampiamente
plausibile l’ipotesi che prevede temperature nettamente più
elevate nel sottosolo di Vastitas Borealis, forse dovute a qualche
tipo di fonti geotermiche situate a medie profondità, ipotesi da
noi supportata
nella serie di articoli dedicati alla possibile presenza su Marte
di giacimenti petroliferi e relativi affioramenti in superficie.
Dato che l’argomento non è propriamente semplice, magari una bella
illustrazione potrebbe rendere l’idea in modo convincente.
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Cosa ne è del CO2? L’anidride carbonica, stando alle informazioni
NASA ed ESA, si deposita al suolo come neve secca quando le
temperature scendono sotto il limite di permanenza allo stato
gassoso. Se la Phoenix avrà la buona sorte di vivere a lungo
probabilmente assisteremo "in diretta spazio-visione" – e per la
prima volta dalla superficie – ad una nevicata extraterrestre;
dovremo attendere il prossimo inverno nell’emisfero
settentrionale. Ma, siccome il CO2 ha modalità di
congelamento-sublimazione diversi dall’acqua sappiamo già che ne
arriverà in grande abbondanza al momento giusto. Nel caso però la
neve di CO2 non cadesse allora vorrà dire molte cose che
preferiamo lasciare intuire a ciascun Lettore….
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Non possiamo invece nascondere il nostro interesse sull’esistenza
– ed in modo permanente – di un sottilissimo strato di brina
d’acqua sopra il terreno di Vastitas Borealis. Infatti, se davvero
le temperature non salgono mai oltre i -30°C l’umidità atmosferica
relativa dovrà sempre e comunque riversarsi al suolo sotto forma
di brina asciutta che non sarà quindi assorbita, lasciando il
terreno sottostante secco e soffice da raccogliere.
LASCIAMO CHE LE
IMMAGINI CI SPIEGHINO…
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Fig. 8. Credits NASA |
Fig. 9.Versione in "Natural Colors".
Credits PianetaMarte.net |
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Fig. 10. Versione in "Natural but
enanched Colors". Credits PianetaMarte.net |
Le tre immagini qui sopra sono relative al sol 7. In pratica il "Robotic
arm" ha effettuato il primo scavo nel terreno, dalla curiosa forma
di impronta di scarpa, profondo alcuni centimetri. Osservando la
versione colorizzata dal Personale Tecnico NASA (fig. 8) non si
intravede praticamente nulla di eccezionale, tutto sembra
uniformato all’ormai classico standard del "pianeta rosso". In
realtà così non è. Abbiamo effettuato una prima "sgranatura" del
filtro rosso-arancione (fig. 9) e sono emerse le prime tracce
interessanti sul fondo dell’impronta. Purtroppo non si nota molto,
ma guardate bene che ci sono. Provate ad ingrandire l’immagine se
volete. La fig. 10 rappresenta l’ulteriore nostro tentativo di
estrapolare l’invisibile attraverso un processing più marcato,
efficace e non deleterio verso i "natural colors" del terreno.
Finalmente all’interno dello scavo si intravede una piccola
frazione di qualcosa di diverso dal contesto. Cosa c’è li sotto?
Acqua ghiacciata? CO2? Sale?
La risposta è arrivata durante il sol 9. Il "Robotic Arm" di
Phoenix ha effettuato il secondo scavo sullo stesso punto
rimuovendo altro terreno così da far emergere la sottostante "white
spot" prima invisibile. Abbiamo tentato di estrapolare i "natural
colors" anche dalle figure 11, 12 e 15 nella speranza di carpire
qualche utile informazione supplementare sulla macchia ma,
nonostante la "ripulitura", non è un’impresa tanto semplice
pronunciarsi sul cosa è o non è.
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Fig. 11. Credits NASA |
Fig. 12. Credits NASA |
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Fig. 13. Versione in "Natural
Colors". Credits PianetaMarte.net |
Fig. 14.Versione in "Natural
Colors". Credits PianetaMarte.net |
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Fig. 15. Credits NASA |
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Fig. 16. Versione in "Natural
Colors". Credits PianetaMarte.net |
Comunque le figure 13, 14 e 16 ci mostrano i probabili "natural
colors" del terreno locale. Molto interessante il fatto che non si
vedono le cosiddette "sferule" e nemmeno formazioni simili a
"pavimentazioni" come hanno ampiamente mostrato le immagini di
Spirit e Opportunity. Preferiamo evitare di generalizzare anche su
questo argomento dato che la sonda è fissa e non possiamo sapere
cosa c’è oltre una certa distanza. Potrebbe esserci dunque uno
strato di sale sotto la parte di superficie secca? Noi riteniamo
di sì. Se Vastita Borealis fosse stata sommersa da un oceano d’acqua salata, per logica deduzione
una parte di questo sale dovrebbe ancora trovarsi misto al suolo
che una volta era sotto le acque. Allora niente ghiaccio d’acqua?
Non è detto. Dipende dalla causa che provocò la ritirata degli
oceani di Marte. Le ipotesi piovono a gogò sull’argomento, dalle
più "razionali" e pragmatiche alle più esotiche. La nostra verte
principalmente su eventi di natura gravitazionale ed elettrica i
quali provocarono una rapida acidificazione dell’acqua con
successiva dispersione e mineralizzazione. Naturalmente non si
trattò di fenomeni limitati ad alcune aree del pianeta, ma a tutto
il pianeta. Lo sconvolgimento fu totale e radicale, abbastanza da
modificare l’atmosfera, la superficie e ogni cosa che viveva
sopra. Ora come ora molte risposte – ed è curioso a pensarci bene
– dipenderanno proprio dalla missione Phoenix:
-
se avremo delle
immagini che mostreranno le nevicate di CO2
-
se le analisi dei
campioni ci indicheranno approssimativamente le proporzioni di
sale, di acqua e di altri composti minerali
-
se riusciremo ad
osservare il depositarsi di brina d’acqua in modo più incisivo
-
se le informazioni
non verranno alterate, manipolate e/o adattate in base a chissà
cosa…