Introduzione

AUTORE
Matteo Bianchi
Matteo Bianchi
Esperto di Mystery Box
Specialista in recensioni di siti Mystery Box
Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2025


La comprensione della nostra Teoria
richiede che conosciamo almeno alcuni aspetti basilari dell’evoluzione
del pensiero scientifico riguardante il modo in cui l’uomo ha immaginato
lo Spazio extraterrestre. Questo perchè non abbiamo mai ritenuto le
nostre ipotesi come forme di isolazionismo ideologico concepite per
ripudiare ignominiosamente quanto gli scienziati hanno faticosamente
conquistato in anni e anni di lavoro. E, d’altronde, non avrebbe proprio
senso cercare di spiegare il motivo per cui noi riteniamo che la nostra
Terra e il pianeta Marte siano nati insieme come coppia binaria se non
conosciamo le teorie generalmente accettate dalla Comunità Scientifica.
Cominciamo allora con qualche cenno storico…

Per moltissimi secoli la
visone che l’uomo ha avuto del cosmo fu caratterizzata da una concezione
prevalentemente di tipo geostatica, geocentrista e fortemente antropocentrica.
Ripercorrendone le tappe fondamentali possiamo citare la scuola
filosofica di Aristotele che, partendo da una Terra "immobile quale centro
dell’universo" e da una formulazione delle leggi fisiche
basata sull’esperienza comune, tentava di spiegare il moto dei pianeti e
delle stelle. Tale modello venne arricchito con l’aggiunta di
sfere concentriche trasparenti nelle quali i corpi stessi erano
incastonati e vi si muovevano. La concezione geocentrista
mancava tuttavia di una sua "scientificità" che le venne successivamente
conferita da Ipparco e Apollonio, poi migliorata da Tolomeo mediante
l’aggiunta di
perfezionamenti matematici (epicicli) in grado di spiegare il
moto apparente e persino di effettuare delle previsioni abbastanza
accurate.



Il geocentrismo – abbiamo detto – si
basava sul principio geostatico: la Terra quale luogo fisso ed immobile,
poggiante su elefanti che poggiavano a loro volta su una tartaruga (oppure
un grosso serpente) che infine galleggiava sul mare, come anche il geocentrismo basato su una Terra sorretta nelle spalle di
Atlante. Altre antiche popolazioni, oltre ai Greci, possedevano ciascuno
le proprie varianti locali circa la concezione geocentrista del cosmo,
ma a prescindere da ciò venivano
poi sistemati i vari corpi celesti (considerati per lo più come divinità o loro
emanazioni) sopra la Terra, incastonati su un indefinito firmamento
immutabile che le ruotava attorno. I pianeti allora riconosciuti erano
anzitutto il Sole e la Luna, poi Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno.
Così il geocentrismo divenne il perno della cultura scientifica e rimase
sostanzialmente inalterato fino all’epoca di Copernico, nel XV secolo.



Mentre la storia fluiva
con le sue vicende e i suoi personaggi, di tanto in tanto spiccavano i
venti del dissenso scientifico. Per rendere l’idea potremmo citare alcuni
esempi famosi tra cui Pitagora e la sua Scuola di Pensiero, Aristarco di Samo
e (a quanto sembra) anche la stessa civiltà sumerica con il suo pantheon
assortito di strane divinità. In tutti questi casi si possono annoverare
tentativi coerenti di elaborare un sistema eliocentrico
completo, seppur con qualche comprensibile distorsione. Un ultimo tentativo
storico di conciliare geocentrismo ed eliocentrismo fu proposto
da Tycho Brahe, sebbene ancora oggi esistono sostenitori del
modello geo-eliocentrico

Molto interessante è
invece la visione che la Bibbia offre della
Terra: una sfera sospesa nello spazio vuoto che fu formata per essere abitata
(si vedano Isaia 40, 22, Isaia  45, 18 e Giobbe 26, 7).
A proposito della Bibbia, abbiamo notato che in Internet hanno preso piede
da parecchio tempo un certo numero di siti dove questo libro è
pesantemente sottoposto ad un’aspra critica di varia natura. Da parte
nostra vogliamo sottolineare che la Bibbia non sostiene affatto il
geocentrismo ma, al contrario, rimarca piuttosto bene quanto il nostro
pianeta sia allo stesso tempo prezioso eppure insignificante nei
confronti dell’intero Universo visibile ed invisibile (alludendo
ovviamente a quelle realtà extradimensionali che generalmente vengono
definite in termini semplicistici "mondo spirituale").

La rivoluzione eliocentrica venne
introdotta in modo determinante da Johann Kepler e da Galileo Galilei
dopodiché, verso il XVII secolo, cominciarono a sorgere
teorie "innovative" come quelle di Kant e Laplace
sull’origine del sistema solare. Così,
man
mano che ci si avvicina alla nostra epoca si consolidava sempre più l’idea
che il sistema solare fosse originato dall’agglomeramento di particelle
formanti una nebulosa proto-planetaria. Tale concezione ha subìto nel
corso di questi ultimi 3 secoli numerosi raffinamenti,
ripensamenti ed evoluzioni, passi avanti e passi indietro. Possiamo
senz’altro notare un particolare davvero importante: il distacco del
pensiero scientifico dal dogmatismo fanatico della religione.


Rappresentazioni del nostro
Sistema Solare



CONCEZIONE MODERNA DEL SISTEMA SOLARE –
L’attuale
visione del sistema solare generalmente accettata dalla Comunità
Scientifica si è arricchita via via di elementi teorici presi a prestito dalla Teoria dell’Evoluzione
e dalla concezione "gradualista-uniformista" ereditata dalla geologia terrestre. Sebbene
alcuni scienziati abbiano ipotizzato l’eventualità di impatti violenti tra
pianeti, questi vengono quasi sempre relegati ai remoti primordi. In ogni caso oggi il sistema solare viene riconosciuto così: Sole, Mercurio,
Venere, Terra, Marte, Asteroidi e comete, Giove, Saturno, Urano, Nettuno,
fascia di Kuiper (contenente i "pianeti nani" tra i quali anche Plutone) e
l’ipotetica Nube di Oort. Che dire a proposito dell’esistenza di pianeti
massicci a distanze elevatissime dal sole oltre l’orbita di
Plutone? Pianeta Marte.net da anni sostiene che si tratta di una
possibilità concreta e, grazie alle nuove tecnologie di rilevamento
astronomico, anche parecchi scienziati stanno rivalutando seriamente
tale prospettiva, sopratutto dopo alcune recenti scoperte fatte proprio
all’interno della fascia di Kuiper. Naturalmente, qualora esistano
veramente simili pianeti sarebbero
comunque corpi bui e completamente congelati, ma in grado di produrre
qualche effetto di rilievo nel caso una moltitudine di piccoli frammenti misti di
roccia e ghiaccio occupassero quei freddi spazi. Per ragioni di
brevità abbiamo tralasciato
di elencare altre importanti caratteristiche del nostro Sistema
Solare ma, a parte ciò, va rilevato che nelle moderne teorie accreditate
dalla Comunità Scientifica
la sua struttura sarebbe rimasta nel complesso invariata
dal termine della formazione fino ad oggi.


Il
modello di Meta Research –
Recentemente il
compianto prof. Tom Van Flandern ha
pubblicato una serie di studi nel suo sito

www.metaresearch.org
nei quali ipotizzava una struttura
originale del sistema solare leggermente diversa da quella oggi conosciuta. In sostanza Mercurio era un satellite di Venere successivamente
sfuggitogli, mentre Marte era il satellite di un pianeta che si trovava nello
spazio dell’attuale fascia degli asteroidi. Tra l’altro Van Flandern ipotizzò
pure che vi fossero
stati due pianeti in quella fascia e che andarono entrambi distrutti per
cause sconosciute o quanto meno naturali. Plutone era un satellite di Nettuno sfuggito dalla sua
originale orbita, mentre nella fascia di Kuiper c’erano forse due pianeti andati
distrutti anch’essi per cause presumibilmente naturali.




Il
modello Velikovsky/Ackerman –
Interessante è pure il paradigma "Velikovsky/Ackerman". In pratica non esistevano
ne Mercurio e nemmeno Venere, mentre Marte era situato in un’orbita analoga a quella
oggi occupata da Venere; oltretutto Marte aveva dimensioni leggermente
inferiori a
quelle terrestri. In questo paradigma
pare che la causa dalla quale si sarebbero originati gli asteroidi fosse proprio l’ipotetico impatto su Giove
che determinò la nascita di Venere poche migliaia di anni fa, mentre gli
anelli di Saturno sarebbero stati prodotti da impatti che espulsero nello
spazio saturniano grandi quantitativi di acqua.

Dunque, Venere entrò in un’orbita
fortemente ellittica, trasformandosi un una specie di taxi
interplanetario. In pratica Venere catturava Marte e lo cedeva alla Terra,
dopodiché lo
riportava nuovamente nella sua posizione "naturale", il tutto
accaduto a più riprese nell’arco di circa 3000 anni. In queste catture Terra e Marte si trovavano a orbitare
in modo geosincrono con l’aggiunta di fenomeni estremi tra cui la
separazione del nucleo di Marte dal "guscio". Durante l’ultima cattura il
nucleo marziano non si riunì con il resto del pianeta dando così origine
al pianeta Mercurio. Venere, alla fine, esaurita la sua
ellitticità, si posizionò proprio dov’è oggi; Marte invece si allontanò
parcheggiandosi nella sua attuale orbita ma, privo del nucleo, collassò
nel medesimo guscio esterno che divenne il pianeta rosso e piccolo che
conosciamo.

Il modello di Pianeta Marte.net
Nel nostro modello di
precedente Sistema Solare – in parziale accordo con alcuni punti
evidenziati dal dr.John Ackerman – non esistevano ne Mercurio e nemmeno Venere,
mentre il Sistema Binario Terra-Marte costituiva la coppia di pianeti più vicini al nostro astro.
Qualcuno si chiederà ovviamente da quale magico cappello di Mandrake
avremmo tirato fuori tale "assurdità" e, tutto sommato, comprendiamo lo
stupore di chi ci legge. Invitiamo quindi a portare pazienza che
risponderemo a tali legittimi interrogativi.

Presumibilmente la distanza dal sole
del Sistema Binario Terra-Marte consentiva di descrivere un’orbita circolare in equilibrio sole-pianeta-pianeta
la quale – probabilmente –
durava 360 giorni; pertanto tale distanza doveva essere analoga a quella attuale della Terra dal sole. Inoltre, per ovvie
ragioni legate alla meccanica celeste, Il sistema Binario Terra-Marte
ruotava entro un baricentro comune che, a motivo della maggiore
massa terrestre, doveva situarsi molto vicino al nostro pianeta. Anche su
questo punto è probabile che qualche Lettore ben ferrato in astrofisica
troverà facile obiettare perchè qualunque sistema pianeta-pianeta e/o
pianeta-satellite sarà destinato prima o poi a manifestare
inevitabilmente la sincronizzazione 1:1 tra la rotazione e la
rivoluzione del corpo minore (come la Luna, i satelliti
"galileiani" di Giove, numerose lune di Saturno eccetera…).
Nel caso specifico di Marte non si può certo dire che la sua rotazione di 24 ore e 37
minuti sia un elemento favorevole a remote sincronicità con orbite
attorno ad un presumibile pianeta maggiore. Perciò, in accoglimento di
eventuali legittime critiche, affronteremo anche questo aspetto più
avanti.


Rappresentazioni del
Sistema Solare originale nel modello di Pianeta Marte.net


Prima della Revisione 2010 pensavamo che
in un ipotetico legame Terra-Marte si potevano considerare accettabili
alcuni parametri di seguito elencati: 

  • Entrambi i pianeti avevano rispettivamente
    un periodo di rotazione pari a 24 ore circa

  • L’asse di rotazione allineato all’eclittica

  • Un periodo di
    rivoluzione-traslazione solare di 360 giorni

  • Un periodo orbitale lunare del
    pianeta minore Marte pari a 30
    giorni terrestri.

Sfortunatamente questi valori sono
difficilmente dimostrabili. In realtà, il fatto
che Terra e Marte abbiano rotazione e inclinazione dell’asse quasi
uguali non è di per se la prova diretta che formavano un legame
pianeta-pianeta, ma – volendo tirare le corde – il risultato di quella
serie di fenomeni che ne avrebbero invece determinato la separazione.  

Nel nostro modello di precedente Sistema
Solare probabilmente esisteva, ad una distanza dal sole grossomodo pari
al doppio rispetto alla coppia Terra-Marte, un pianeta (evidentemente
andato distrutto) del quale non sappiamo praticamente niente, tantomeno se avesse
avuto satelliti. Al doppio della distanza di questo
pianeta scomparso c’era Giove con le sue lune e, secondo la nostra
opinione, un
sistema di anelli molto esteso. Ad una distanza doppia di Giove c’era
Saturno con le sue lune e i suoi anelli ed assomigliava (ed assomiglia
ancora) a Giove per dimensioni,
caratteristiche, composizione e rotazione. Al doppio della distanza di Saturno c’era
Urano con le sue lune e i suoi anelli. Ad una distanza doppia di Urano c’era
Nettuno con le sue lune e i suoi anelli. Anche questo pianeta aveva (ed ha
ancora) in
comune con Urano dimensioni, caratteristiche, composizione e rotazione.

Per quel che concerne i pianeti
trans-nettuniani ribadiamo quanto detto poco sopra: pensiamo che ne
esistano anche di dimensioni rilevanti, ipotesi tra l’altro ben vista
persino da diversi scienziati che lavorano per la NASA.
In conclusione, nel nostro modello teorico, il
sistema solare era caratterizzato da una superlativa
stabilità ed efficienza sotto molti punti di vista, persino da quello artistico.
Un sistema planetario bello, elegante, pulito e privo di grossi detriti vaganti potenzialmente
pericolosi per i pianeti stessi (in particolare per la Terra).


L’origine di
Plutone-Caronte –
Il dr. Zecharia Sitchin
(scomparso verso la fine del 2010) sosteneva che Plutone fosse
un’antica luna di Saturno sfuggitagli, ma le scoperte effettuate non hanno
offerto quasi nessun supporto a tale affascinante affermazione. D’altro canto, la dr. Robin Canup,
a partire da fine anni 90 del secolo scorso,
ha sviluppato un complesso ed elaborato modello simulato al computer che mostra la formazione
della coppia Plutone-Caronte come risultato di un impatto catastrofico tra
due corpi della fascia di Kuiper.
Nonostante tale ipotesi sia davvero geniale ed accattivante, bisogna però ammettere
che l’idea stessa secondo cui da due corpi indefiniti se ne riformino due
dotati di moto orbitale stabile e
geosincrono lascia un pochino perplessi.


Schema e immagini del
sistema Plutone-Caronte con i nuovi satelliti scoperti di recente e
schema ipotetico sulla struttura interna di Plutone


La nostra ipotesi invece verte su un evento violento abbattutosi sulla
superficie di Nettuno. In sostanza, la deflagrazione esplosiva fu tale da eiettare
nello spazio un’enorme quantità di materiale, formando così una specie di nube
planetaria. Essa però si trovò a subire due effetti opposti: la prevalente spinta di
fuga verso l’esterno e, contemporaneamente, l’attrazione gravitazionale di
Nettuno. Questa massa gassosa iniziò allora a roteare su se stessa
ed in breve tempo si formarono i due principali nuclei di aggregazione che
conservarono nel tempo il valore iniziale di spin. I due nuclei collassarono a motivo
della loro stessa gravità, ma continuarono a roteare su se stessi in modo
perfettamente sincronizzato. La curiosa orbita attorno al sole della
coppia Plutone-Caronte e
la rispettiva composizione chimica dei due corpi celesti potrebbe suggerirci il
presumibile punto d’origine:
Nettuno. Sia Plutone che Caronte sembrano contenere molta acqua, discrete
percentuali di azoto, metano ed altri elementi tipicamente presenti nei
pianeti gassosi e nella fascia di Kuiper. Non dobbiamo inoltre trascurare che,
dalle ultime e accurate rilevazioni, Plutone
possiede altri due piccoli satelliti. Quindi, a meno che l’impatto
ipotizzato dalla dr. Canup fosse stato più caotico del previsto,
dobbiamo senz’altro optare per la nostra ipotesi nettuniana oppure
considerare Plutone come un "semplice" mini pianeta formatosi secondo i
normali canoni stabiliti dai modelli standard nella suddetta fascia di
Kuiper.  


L’origine di Venere –
Normalmente dovremmo ritenere che Venere
sia nato come gli altri pianeti del sistema solare, ma vi sono tre fattori
curiosi da considerare:

  1. La rotazione di Venere è retrograda. Già questo non è
    molto coerente in relazione al modello di collasso gravitazionale uniforme, nel
    quale il disco di polveri e gas avesse seguito una direzione unica per
    l’accrescimento dei pianeti.
    Tuttavia, anche Urano possiede egualmente una rotazione retrograda.

  2. La
    rotazione di Venere è così lenta
    che non si capisce se effettivamente sia
    nato vicinissimo al sole o in altro modo. Nemmeno Mercurio ruota così
    lentamente! Infatti, quanto più un corpo planetario orbita vicino alla
    stella madre tanto più le forze di marea di quest’ultima dovrebbero col tempo
    sottrarre momento angolare (spin) al pianeta ponendo infine rotazione e
    rivoluzione in sincronia 1:1. D’altra parte, volendo ragionare in modo
    pragmatico, potremmo ritenere irrilevanti queste caratteristiche e
    classificarle come "peculiarità" planetarie e nulla più.

  3. L’eccentricità dell’orbita di
    Venere
    è bassissima rispetto a quella degli altri pianeti.
    Tale peculiarità non si accorda molto bene in un contesto dove gli
    influssi di marea del sole sono tutt’altro che irrisori, specie a
    distanze così brevi.


Mappatura di Venere con
differenziazione altimetrica in falsi colori


L’ipotesi che Venere sarebbe un pianeta
giovanissimo, addirittura formatosi poche migliaia di anni fa – come sostenuto nel paradigma Velikovsky-Ackerman

lascia un po’ interdetti perchè stravolge totalmente le moderne concezioni
sull’evoluzione dei sistemi planetari. Possiamo affermare con relativa
sicurezza che un’idea del genere non sarà mai accettata dalla Comunità Scientifica.
D’altronde bisogna pur ammettere che anche le migliori teorie moderne, benché coadiuvate
da aggiornatissimi dati acquisiti con l’invio di sonde spaziali, fanno di queste
ipotesi di lavoro solamente delle versioni più aggiornate e certamente più efficienti
delle medesime, rimanendo sempre e comunque buone teorie. Da qui ne
consegue la nostra regola riassuntiva:

"Sostenere che la
formazione di un pianeta possa / debba verificarsi per collasso
gravitazionale da un disco di materia interstellare e/o sostenere che la
formazione di un pianeta possa / debba verificarsi attraverso l’estrusione
di materia di un altro corpo celeste (nella fattispecie un altro pianeta) costituisce due modi per descrivere la
formazione di un pianeta". 

Allo scopo di rendere il concetto ancor più efficace prendiamo
come esempio proprio la teoria relativa alla formazione della Luna
comunemente definita "Teoria della Collisione". Ne abbiamo già parlato
parecchio, ma adesso osserviamola da questa prospettiva: "Un impattatore
delle dimensioni di Marte colpì la giovane Terra con una forza sufficiente da provocare
un’estrusione di materiale dal quale si formò la Luna"
. Ed ora passiamo a
Venere: "Un grosso impattatore vagante colpì in pieno la "superficie" di
Giove provocando un’estrusione di materia dalla quale si formò il pianeta
Venere"
.

Come avremo ben notato le due descrizioni sono,
nella sostanza, molto simili fra loro, anche se esistono ovviamente alcune importanti considerazioni di
natura chimica, gravitazionale e dinamica di cui tener conto. Ciò nonostante quella relativa
alla Luna, per quanto complicata e altamente improbabile, è stata accettata quasi
all’unanimità, mentre invece la teoria alternativa sulla formazione di Venere è
stata osteggiata sin dall’inizio. Perchè? Forse perché la maggior parte
degli scienziati ritengono praticamente impossibile che un pianeta si formi nei pressi
e dalla stessa materia di
un altro pianeta che, oltretutto, orbita abbastanza lontano dal sole
(nella fattispecie Giove), per poi spostarsi
gradualmente ed
entrare infine a descrivere un’orbita circolare ad una distanza
assai vicina al sole. Dal nostro punto di vista, non vi sono ragioni valide per
escludere a priori la formazione di Venere dall’estrusione di materia del
pianeta Giove, come d’altronde non vi sarebbero ragioni valide per
escludere la normale formazione di sistemi pianeta-satellite(i) con
l’eventualità che uno o più satelliti potrebbero successivamente essere a loro volta
distrutti o sfuggire dalla loro orbita. Quello che invece non possiamo
affermare con dogmatica certezza è che Venere si formò in un modo
piuttosto che in un altro.

La formazione di Venere
proposta nel modello Velikovsky/Ackerman è interessante non tanto a motivo
di chi l’ha postulata, ma perchè potrebbe essere tutto sommato una teoria significativa e adatta a collocare
questo pianeta come "anomalia
neonatale". Sulla sua evoluzione potremmo benissimo applicare gli stessi principi
standard che
caratterizzano i collassi gravitazionali in genere; pertanto la materia espulsa
dalla superficie di Giove, una volta entrata in auto-rotazione, cominciò a collassare
rapidamente dando origine ad una grande proto-massa il cui prodotto finale fu un pianeta di dimensioni, massa, gravità e densità
molto simili a quelle della Terra. E’ palese il fatto che qualche Lettore dotato
di acume potrebbe obiettare chiedendosi/ci per quale ragione su Nettuno
lo stesso tipo di fenomeno avrebbe generato un sistema geosincrono
mentre qui "solo" un pianeta…  Ebbene, vi sono diverse opzioni da
offrire come plausibile risposta, ed eccole elencate di seguito :

  1. a motivo delle differenti
    dimensioni, condizioni gravitazionali e influssi di campo magnetico
    di Giove e di Nettuno.

  2. a motivo delle diversa
    caratterizzazione chimica su base stratigrafica di Giove rispetto a Nettuno.

  3. a motivo delle differenti
    temperature riscontrabili su Giove e su Nettuno.

  4. a motivo delle differenti
    condizioni d’impatto su Giove e su Nettuno.

  5. a motivo dei differenti tipo di
    impattatore che colpirono rispettivamente Giove e Nettuno.

Non è da escludere invece che, anche
nell’impatto su Giove, si formarono alcuni corpi minori i quali però
ricaddero sul pianeta d’origine oppure si persero nello spazio oppure
ancora vennero attratti dal sole o, infine, divennero satelliti di
Giove. In ultima analisi, si potrebbe anche semplicemente affermare che
nell’impatto di Giove non si formò nessun altro corpo minore per pura
casualità.


Immagine della superficie
di Venere in falsi colori


Che dire dei mutamenti orbitali del
neonato Venere?
Stando al modello Velikovsky/Ackerman, dapprima essa dovette essere
fortemente ellittica ma, col trascorrere del tempo, andava riducendosi
mentre il neo-pianeta cedeva gradualmente la propria energia inerziale
ad ogni passaggio vicino al sole, seminando materia nello spazio
circostante e raffreddandosi sempre più. Tuttavia, benché questa ipotesi offra
qualche vantaggio esplicativo racchiude altri problemi pratici
da non sottovalutare. Primariamente, la dispersione di materiale
nello spazio starebbe infatti ad indicare l’esistenza di una condizione
di elevata mobilità termica, quanto basta da risultare maggiore della velocità di fuga del corpo celeste
stesso.
Secondariamente, al diminuire della massa
complessiva del neo-pianeta è probabile che ne sarebbe derivata un’alterazione orbitale non solo in termini di riduzione
di ampiezza, ma anche di posizione. In altre parole, passando al
perielio avrebbe dovuto generarsi di volta in volta una leggera
compensazione causata sia dalla diminuita velocità che
dalla differenza della massa sottratta in precedenza, sufficienti così da
spostare l’intera ellisse orbitale. Pertanto, la chiusura
entro una ristretta orbita circolare sarebbe stata provocata
dall’insieme di più effetti sommati fra loro.

E’ chiaro che questa descrizione
risulterà dura da digerire specie per chi è abituato solo a vedere
l’apparente quiete e staticità del nostro sistema solare. Dopotutto –
come inizialmente detto – nelle teorie
standard Venere, al pari degli altri pianeti, sarebbe nato in
circostanze "normali" dall’aggregazione di planetesimali fino al
raggiungimento delle sue attuali condizioni; quindi non possiamo certo
biasimare coloro che tenderanno a storcere il naso leggendo simili "assurdità"
da catastrofisti. Come ha recentemente osservato il prof. Emilio Spedicato nel suo articolo "Cattura della Luna e
Perdita di Marte
", alcune recenti scoperte riguardo i pianeti
extrasolari stanno costringendo parecchi ricercatori del settore a
rivedere certi luoghi comuni e credenze legate alla presunta stabilità dei
sistemi planetari e a possibili cambiamenti improvvisi delle orbite dei
pianeti attorno alla loro stella madre. Naturalmente siamo a
conoscenza delle varie ipotesi offerte per spiegare la sostanziale
assenza di campo magnetico, la rotazione lenta e retrograda e la bassa
eccentricità orbitale di Venere, tutte ipotesi in definitiva buone e
valide. Ma sono ipotesi tanto quanto le nostre, indipendentemente da chi
le ha avanzate.


La nascita di Mercurio –
Nel modello
proposto dal compianto prof. Tom Van Flandern, il pianeta Mercurio era
un satellite di Venere in seguito sfuggitogli.  Nel paradigma Velikovsky-Ackerman la nascita di Mercurio è
invece un evento che
ha dell’inverosimile. Esso sarebbe stato il nucleo di Marte che,
per fattori gravitazionali e magnetici, si trovò ad essere
separato dal resto del pianeta. Premesso che un fenomeno del genere è
estremamente improbabile non è tuttavia
impossibile. Sappiamo che effettivamente Marte perse il suo campo
magnetico in un periodo incerto della sua storia primitiva, miliardi di anni fa; questo è
almeno ciò
che sostengono molti scienziati impegnati nello studio del Pianeta Rosso.
Quindi, un fondamento su cui poter proporre un’ipotesi di lavoro esiste.

La nostra perplessità nasce invece nell’immaginare la fuoriuscita
e il rientro ripetuto di un nucleo
planetario per di più a distanza ravvicinata con la Terra, senza il verificarsi di altrettanti
effetti distruttivi al nostro pianeta. Di conseguenza, oltre alla
evidente contraddittorietà, l’idea del Venere come "Taxi spaziale" che
trasportava Marte dalla sua orbita originale fino a quella terrestre
(con il conseguente distacco e riunificazione del nucleo centrale)
risulta essere senza dubbio un quadro descrittivo troppo complicato da
considerasi anche minimamente plausibile. Diversamente, che Marte possa aver subìto un evento
catastrofico straordinariamente violento e capace di destabilizzare il suo campo
magnetico originale, se non addirittura da causare una notevole
dispersione nello spazio di materiale interno, è un dato di cui siamo più
che convinti. Ma non al punto da vedere una separazione dell’intero
nucleo centrale divenuto poi il pianeta Mercurio.


Immagini di Mercurio
acquisite dalla sonda Messenger e schemi della struttura interna.
Mercurio sembrerebbe a tutti gli effetti un nucleo planetario quasi
nudo.


Ciononostante, ci siamo anche noi posti
alcune domande sulla natura di Mercurio qualora la sua formazione non
avesse seguito i normali canoni standard postulati nelle moderne teorie
accettate dalla Comunità Scientifica. Esaminando la composizione e la
struttura di Mercurio si potrebbe dedurre che in epoche passate fosse
stato un pianeta più grande, grossomodo analogo a Venere o alla
Terra. In altre parole Mercurio potrebbe essere veramente il nucleo di un antico
pianeta andato parzialmente distrutto, rivestito da un piccolo guscio di
crosta (i resti del mantello primitivo). 

Che dire dell’originale posizione nel
Sistema Solare di Mercurio? Dal momento che non abbiamo specifici
elementi di supporto oltre ciò che lo stesso nostro sistema solare
offre, dobbiamo ipotizzare che la posizione del primitivo pianeta andato
distrutto debba ubicarsi nella fascia di asteroidi tra le orbite di
Marte e Giove. Ma qualcuno giustamente obietterà rammentando che gli
asteroidi, messi insieme, raggiungono a malapena la metà della massa
lunare. Dunque? Probabilmente la quantità di detriti spaziali
attualmente conosciuti rappresenta solo una minima frazione di tutta la
massa espulsa in origine, andata col tempo disintegrandosi contro il
sole, spostandosi verso i pianeti gassosi e verso lo spazio profondo.

Rimanendo sul nostro inquadramento
teorico, dobbiamo nostro malgrado accettare l’evidenza che il neo-pianeta
dovette spostarsi lentamente verso l’interno del sistema solare,
cosicché ci sarebbe ancora una volta da chiedersi come mai non andò
anch’esso a schiantarsi contro il sole o altrove. Verrebbe allora da
supporre che la distruzione del pianeta non si verificò in modo
esplosivo altrimenti dovremmo ancora oggi rilevare asteroidi che
orbitano in senso opposto rispetto ad altri, soddisfacendo i postulati
di un’ipotetica deflagrazione ad andamento radiale e simmetrica.

Che accadde allora a
questo nucleo planetario spogliato del mantello e della crosta?
Sostanzialmente, dapprima si dilatò in modo rapido,
non essendo più sottoposto alla pressione degli strati superiori del pianeta
originale e provocando così una nuova (seppur minore) differenziazione chimica
dalla quale si crearono getti di materiale che furono eiettati verso l’esterno. Alcuni di
questi frammenti ricaddero nella neo-superficie creando molti crateri
da impatto, ma è anche possibile che Mercurio, nella sua fase di
spostamento incontrò molti altri frammenti spaziali che impattando
formarono ulteriori crateri. Successivamente Mercurio subì una lieve
compressione globale. Interessante notare che alcune fratture superficiali
sono realmente state individuate dalla sonda Messenger ed interpretate
da certi scienziati come segni di compressioni della crosta. 


In
conclusione –
I diversi modelli di Sistema
Solare originale, partendo dalle antiche concezioni geocentriche e
arrivando fino ai nostri tempi moderni, contengono certamente molti elementi che la maggior parte di chi ci
legge riterrà inaccettabili. E, indubbiamente, nemmeno noi non siamo nelle condizioni di
definire le nostre ipotesi "verità scientifiche" perchè in buona misura
esse sono e (temiamo) resteranno indimostrabili. Pertanto il lavoro, le ipotesi ed il materiale pubblicato dagli scienziati
sulla Storia e l’Evoluzione del Sistema Solare devono essere rispettati e
non ripudiati solo per futili personalismi. Col tempo
idee e concetti verranno inevitabilmente aggiornati, perciò dobbiamo
sempre manifestare pazienza e amore per
questi affascinanti argomenti.

 


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PREMESSA


Pianeta Marte.net




INTRODUZIONE


Pianeta Marte.net


L’ORIGINE DEL SISTEMA
SOLARE
– Prima parte

Pianeta Marte.net


L’ORIGINE DEL SISTEMA
SOLARE – Seconda Parte

Pianeta Marte.net



DA DOVE SI E’ ORIGINATA LA NOSTRA ATTUALE LUNA?


Pianeta Marte.net



LET
THERE BE LIGHT – Parte 1



Lu.Ex.It.



LET
THERE BE LIGHT – Parte 2



Lu.Ex.It.



LA
FORMAZIONE DEI "GEMELLI" TERRA E MARTE



Pianeta Marte.net

METEORITI
E ASTEROIDI VICINI ALLA TERRA: FRAMMENTI DI MARTE?

Pianeta Marte.net

UNA TEORIA CHE AVVALORA INASPETTATAMENTE LA
NOSTRA

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