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L’Architetto Dr. Alessio Feltri |
Durante i bellissimi
giorni trascorsi ad Albissola Marina per la Convention GENESIS,
erano stati presi accordi per offrire ai Lettori di Pianeta Marte.net
un’intervista esclusiva con il dr Alessio Feltri. Fortunatamente
siamo riusciti a trovare il tempo per svolgere il tutto con
tranquillità e, sopratutto, informalità. L’intervista è stata svolta
da Matteo Fagone (direttore del portale Pianeta Marte.net) il quale, durante la
Convention, è stato impegnato tra l’altro come operatore di
ripresa della Manifestazione stessa.
L’Architetto Dr. Feltri, si è laureato
presentando una curiosa tesi intitolata "Teoria gravitazionale sulle
linee bidimensionali curve". Postulò tra l’altro che nella
Relatività di Albert Einstein alcuni aspetti sembravano
un po’ semplicistici ed inadeguati nel pervenire ad una unificazione
delle forze. Tra l’altro Einstein stesso cercò disperatamente di
pervenire ad una Teoria Unificata che inglobasse la gravità e le
altre tre forze fondamentali (elettromagnetica, nucleare forte e
nucleare debole).
Chiariamo che qui non
si vuole sminuire il valore della Teoria della Relatività o
minimizzare l’enorme impatto che tale teoria ha avuto nella scienza
del XX secolo. Infatti da quando la Relatività fece il suo debutto
nel Mondo Accademico sono stati compiuti da allora molti passi
avanti nel campo della fisica. Ma, collateralmente ai passi avanti,
sono emersi i gravosi problemi che tali scoperte hanno tirato in
ballo. Ed è evidente che, davanti a così importanti scoperte legate
al mondo della fisica sperimentale, occorre adeguarsi e adeguare
tutte le teorie precedenti. Probabilmente occorrerà rivedere e
aggiornare anche la Teoria della Relatività. |
M.F. Che differenza c’è tra il
cospirazionismo (quello tanto chiacchierato in svariate riviste
ufologiche e siti specializzati) ed il cover-up? In altre
parole: come starebbero le cose nella realtà?
A.F. Non è tanto un discorso su come le cose dovrebbero stare realmente…
Prima di tutto terrei a precisare che il fenomeno definito
“cospirazionismo” a me non interessa. Il termine “cover-up” anch’esso è
molto usato nell’ufologia, ma è un concetto improprio. In ogni caso la
faccenda assume connotati ben diversi se volessimo piuttosto parlare di
“salvaguardia”: essa è istituzionale e nasce da Enti reali ed ufficiali.
Non chiama in causa chissà quali lobby particolari o nazioni altrettanto
particolari, le quali sarebbero preposte a nascondere determinate
informazioni alle masse. Il problema, semmai, tocca l’informazione
scientifica. In questo caso essa verrebbe isolata dal contesto sociale
tramite delibere ufficiali emanate dall’ONU sin dal 1946 per motivi di
salvaguardia. Si noti che l’allora “salvaguardia” corrisponderebbe a ciò
che noi oggi chiamiamo “censura”.
Dopo lo
sgancio delle bombe atomiche sul Giappone nel 1945, le prime Commissioni
sull’Energia Atomica si occuparono di problematiche relative ad attacchi
suicidi, armi batteriologice ecc… e di tutti i campi in cui il progresso
scientifico avrebbe potuto influire in modo significativo, arrecando
disturbo al contesto sociale. In virtù di tali fattori si decise che
sarebbe stato meglio controllare il flusso dell’informazione
scientifica, evitando addirittura che determinate informazioni venissero
divulgate al pubblico in modo indiscriminato, onde prevenire isterismi
di massa o, peggio ancora, atti di terrorismo suicida portati a
compimento grazie all’utilizzo di determinati strumenti di distruzione
di massa.
M.F.
Ma che accadde dopo? E’ possibile che le conseguenze di tali scelte si
ripercossero sulla futura esplorazione spaziale?
A.F.
Ne subì delle conseguenze perché l’esplorazione spaziale era (ed è)
una Scienza di Frontiera. Tutte le discipline scientifiche, le quali
potevano avere delle ovvie implicazioni e rilevanze agli effetti di
forme di energia e, quindi, potevano portare indirettamente (o
direttamente) dei reali contributi nella creazione di armi di
distruzione di massa, andavano sottoposte a questa salvaguardia.
M.F. Potremmo dunque definirlo come “controllo”?
A.F.
Sì, ad un controllo per evitare che si verificassero degli abusi.
Parlando dei documenti ufficiali prima menzionati, risultano delle frasi
abbastanza dal sapore arbitrario, cioè di “facile o libera
interpretazione”. Per esempio quando si leggono cose del tipo “…nel caso
di qualunque informazione scientifica su discipline potenzialmente
pericolose dev’essere soggetta a salvaguardia” è ovvio che nel
“potenzialmente pericolose” si potrebbe includere effettivamente
qualsiasi informazione. Quindi anche l’esplorazione spaziale rientrava
in quel contesto di discipline potenzialmente pericolose.
M.F.
Ma che accadde allora quando si raggiunse il grande target ambito da
tutti, cioè l’esplorazione della Luna?
A.F.
I primi dati significativi dovrebbero risalire al primo Lunar
Orbiter, siamo nel 1965. Tali dati erano al quanto diversi da quello che
ci si aspettava e quindi è probabile che il meccanismo di salvaguardia
scattò irrimediabilmente già da quel periodo; comunque fosse era
necessario studiare il problema prima di diffondere al pubblico
informazioni. Il guaio era che tale attitudine fu applicata e
amplificata al punto che non fu più possibile tornare indietro
(arriviamo poi al Programma Apollo). In quel lasso di tempo diversi
scienziati illustri si sbilanciarono nel pubblicare moltissimo materiale
ufficiale (e qui non c’entra il cospirazionismo), ma il problema era
che, in assenza di informazioni corrette e complete, si veniva a creare
una situazione ambigua. Tutto il lavoro svolto e le teorie che gli
scienziati proposero ed elaborarono soffrivano di una evidente
incompletezza di dati di base, i quali venivano trattenuti. In parole
povere mancavano alcuni tasselli fondamentali all’informazione che
veniva fornita agli stessi scienziati! E questo riguardava prima la Luna
e successivamente anche gli altri pianeti del Sistema Solare.
M.F. Facciamo un passo indietro. Prima dell’inizio
dell’esplorazione spaziale possiamo annoverare qualche sintomo evidente
di tale salvaguardia o censura che dir si voglia?
A.F.
Abbiamo un caso accertato legato al capo del Progetto Manhattan,
Robert Oppenheimer (1), il quale scrisse nel Bollettino degli Scienziati
Americani (documento ufficiale) che alla Commissione per l’Energia Atomica
(quella menzionata all’inizio) egli aveva fornito informazioni incomplete.
Questo fu dichiarato per iscritto e pubblicamente. Ciò starebbe a
indicare che le
delibere dell’ONU del 1946 (evidentemente tuttora vincolanti) furono
prese esse stesse in assenza di parametri e informazioni complete,
dettagliate, sicure e di valore scientifico.
M.F. Si rischia allora di speculare a vuoto nel mondo
della scienza oggi?
A.F.
Certo perché si corre il serio rischio di fare scienza partendo da
presupposti e basi incomplete, decise da delibere esse stesse redatte in
mancanza di quei parametri e quelle informazioni complete ed utili a
stabilire criteri di selezione coerenti, a detta di quello che le ha
fornite. Un vero e proprio circolo vizioso. Questa situazione, come
si può notare, non è frutto di occulte cospirazioni, ma di delibere
internazionali dell’ONU sofferenti della medesima carenza di dati di cui
i suoi stessi redattori soffrivano! Forse pregiudizi, forse timore… ma
nulla di nascosto.
M.F. Parliamo adesso dell’esplorazione di Marte. Sembra
quasi che questo pianeta rappresenta un vero oggetto di terrore-amore da
parte di scienziati e appassionati. Come si giustifica questo apparente
disagio?
A.F.
E’ difficile stabilire se effettivamente Marte susciti tale disagio.
Piuttosto va rilevato il fatto che sono stati spesi dei capitali ingenti
per l’esplorazione del quarto pianeta, somme che non sono state elargite
allo stesso modo per altri corpi del Sistema Solare o per la Terra
stessa. E quindi logico dedurre che Marte rappresenti qualcosa di
particolarmente interessante. Facciamo però una puntualizzazione: al di
là di quello che può essere il puro interesse per la meteorologia
marziana o per altre caratteristiche planetarie, è ovvio che se non ci
fosse qualcos’altro di veramente importante, potremmo dire che
studiare Marte o studiare il fondo degli oceani terrestri avrebbe un
valore pressocchè simile anche per quel che concerne i finanziamenti. Se
dunque le cose non stanno propriamente in questo modo dobbiamo altresì
dedurre che Marte potrebbe riservare aspetti di interesse e importanza
ben oltre il “normale” ambito scientifico, cose da studiare che
richiedono molti più investimenti e strumenti di rilevamento.
M.F. Va bene, ma sono trascorsi ormai praticamente
41 anni dalle prime sonde Mariner 4 e 5…. fino ad arrivare all’ultima,
l’MRO. Intanto, soldi o non soldi, sonde e robottini inclusi…. abbiamo
un ricchissimo archivio di immagini in b/w che dicono tutto e niente. E
allora?
A.F.
In questo caso subentrerebbe lo stesso meccanismo di salvaguardia (o
censura) che abbiamo spiegato prima. Ed è abbastanza palese il fatto che
se già negli anni 60 disponevamo di mezzi in grado di fotografare la
Luna in dettaglio e nel 1975 disponevamo di mezzi adatti a riprendere
Marte in dettaglio (si pensi poi alle Viking 1 e 2), è sorprendente come
le recenti sonde orbitali, dotate delle ultime ed efficienti tecnologie
per il telerilevamento, vengano presentate al pubblico con immagini che…
alla fine della storia ricalcano più o meno la stessa risoluzione e
definizione delle precedenti. Talvolta alcune immagini hanno una
definizione pari alle immagini riprese con i cellulari. Sembrerebbe
ovvio che c’è una certa volontà nel non voler presentare al pubblico
un’informazione completa.
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Pare che queste
sferule emettono delle protuberanze… Non è strano? |
Una sferula marziana:
di cosa è composta? Che cosa è, forse una forma di vita?
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Notare che le sferule
posseggono una simmetria a 5 e una "galassietta" a spirale sulla
sommità. Per essere semplicemente dei sassolini sono decisamente
curiose… |
M.F.
– Ammettiamo che su Marte ci sia stata o ci sia oggi
qualche forma di vita attiva, come la mettiamo? Che problema o problemi
innescherebbe?
A.F.
Nasce un problema di principio. Se ci fosse quel tipo di forma di
vita che si suppone (tralasciamo la tipologia come vegetale, animale…)
la prima domanda, in base ai dati disponibili, è “con quale energia essa
si sostiene”. Si noti che, più della riproduzione di questa ipotetica
vita indigena, maggior importanza va data proprio al come essa si
sostenta. Apriamo una parentesi esplicativa: consideriamo che, sempre in
funzione dei succitati documenti di delibera ONU, la distinzione tra un
cittadino Americano, Europeo o Africano non veniva fatta sulla base del
Prodotto Interno Lordo, del reddito pro capite o altri parametri
analoghi, ma in base all’energia disponibile.
Ora
dovrebbe essere chiara l’importanza di capire e sapere con quale
tipo/fonte energetica l’ipotetica vita marziana si sostiene, dopodichè,
comprese bene le condizioni ambientali del pianeta, il passo successivo
sarebbe quello di valutare se tale sostentamento energetico sia
riproducibile anche qui sulla Terra. Le conseguenze sono evidenti: tale
fonte di energia potrebbe essere pericolosa se davvero fosse riprodotta
qui? Inoltre: se la sua riproducibilità/producibilità costasse poco o
nulla (rispetto a quelle oggi largamente impiegate) quanto sarebbe ancor
più pericolosa e destabilizzante? Probabilmente sarebbe fattibile in
condizioni e stabilimenti non richiedenti accorgimenti paragonabili a
quelli tradizionali, quindi meno visibilità degli impianti dai
satelliti, bassi costi e accessibilità a chiunque… Potenzialmente
pericolosa.
M.F.
Adesso tocchiamo il mito del Pianeta Rosso, dalla bassa pressione
atmosferica e dal colore perennemente rosso. A che fiaba potremmo
accostare tutto questo?
A.F.
Mah… piuttosto che inveire dicendo che “non è vero” potremmo “girare
la frittata” e stabilire che non sappiamo se quello che ci viene detto
sia del tutto vero. Sappiamo per certo che alcune immagini sono state
alterate volontariamente. Quindi, se un Ente Spaziale pubblico ha
alterato le immagini volontariamente deduciamo che la stessa cosa
potrebbe essere stata fatta con i dati. In mancanza di certezze non
possiamo stabilire se tutti i dati siano verosimili, a parte quelli di
cui siamo invece sicuri che siano corretti. In modo particolare dobbiamo
guardare a quei dati risalenti a PRIMA dell’arrivo delle sonde orbitali,
raccolti mediante i telescopi a Terra e gli spettrografi… Dall’analisi
dello spettro è possibile avere una mezza conferma di determinate
ipotesi. Infatti sarebbe alquanto paradossale l’acquisizione di dati
che smentirebbero completamente quelle “semi-conferme” ottenute da
Terra. Ecco perché è utile consultare i vecchi resoconti astronomici
risalenti a quando la censura non era così marcata, diciamo prima del
1946 o al massimo entro il 1956. In questo modo possiamo tentare
un’analisi comparativa tra dati nuovi e dati vecchi e vedere le
differenze e le similitudini tra essi
M.F.
Alcuni studi corroborati da osservazioni telescopiche e spettrografiche
effettuate negli anni 50 del XX secolo davano indicazioni che su Marte
potesse esistere qualche forma di vegetazione e che l’atmosfera del
pianeta non era così sottile come si sostiene oggi… E, attenzione, non
erano attrezzature da poco, ma il meglio della tecnologia dell’epoca, la
stessa tecnologia che ha permesso importanti scoperte scientifiche.
Dunque?
A.F.
Sono due problemi differenti. Le analisi spettrografiche permisero
di rilevare la composizione e la pressione atmosferica al meglio che si
poteva. La presenza di vegetazione era dedotta principalmente dal
cambiamento di colore di determinate zone del pianeta sulla base del
trascorrere delle stagioni: mancavano tuttavia rilevazioni certe. Anche
le formazioni nuvolose bianche e gialle si ritenevano formate
rispettivamente da vapore acqueo o tempeste di sabbia, ma anche qui
mancavano certezze. E’ però un dato di fatto che, a quel tempo (circa 50
anni fa), l’opinione generale riguardo Marte (compresa la Comunità
Scientifica) era che sul pianeta potevano esistere primitive forme di
vita del tipo muschi e licheni, che l’ambiente fosse decisamente più
freddo di quello terrestre, che la presenza di vapore acqueo fosse
contenuta, che ci fosse una sovrabbondanza di anidride carbonica e che
la pressione atmosferica era molto contenuta. Sostanzialmente le
condizioni di Marte erano già note.
Non
siamo in grado di dire con assoluta certezza se tutti i dati siano stati
completamente confermati dalle rilevazioni delle sonde recenti. Tale
assunto nasce dal fatto che, in presenza di immagini alterate, sorgono
legittimi dubbi anche a proposito dei dati ambientali; quindi
l’incertezza sull’attendibilità della fonte non manca. Ogni volta
occorre porsi il problema e tentare di fare delle verifiche incrociate,
altrimenti si rischia di formulare ipotesi e pareri sulla base di
informazioni insufficienti o deliberatamente errate.
M.F.
Parliamo del Ricercatore Indipendente. Nel caso volesse svolgere un
lavoro di qualità di cosa si dovrebbe anzitutto sbarazzare?
A.F.
Il Ricercatore Indipendente dovrebbe cercare di svolgere un lavoro
utile alla società in generale; egli deve rendersi conto che non può
competere con il Mondo Accademico degli Scienziati Professionisti per
vari motivi: prima di tutto il grado di specializzazione di uno
Scienziato è certamente superiore, mentre il Ricercatore Indipendente il
più delle volte ha una conoscenza sommaria e generale. Tuttavia il
vantaggio che ha il Ricercatore Indipendente sta nella libertà dai
vincoli professionali ai quali spesso lo Scienziato è legato presso
l’Ente per cui egli lavora. E’ chiaro che se l’Ente che da lo stipendio
(o i fondi) al Ricercatore Professionista è lo stesso che fornisce le
informazioni probabilmente verrà a mancare una certa autonomia allo
Scienziato. Il Ricercatore Indipendente è autonomo e libero, ha un
lavoro solitamente diverso ed altri interessi. Tuttavia egli non deve affatto
supporre di sostituirsi alla Scienza o agli Scienziati; piuttosto
dovrebbe cercare e scovare le incongruenze e le possibili alterazioni
che vengono fornite nell’informazione scientifica.
Poiché
talvolta persino lo Scienziato lavora su informazioni incomplete o
alterate il compito del Ricercatore Indipendente dovrebbe essere quello
di far notare, fin dove è possibile, tali contraddizioni e incongruenze.
Un lavoro che potrebbe apparire molto complesso, ma che forse lo è meno
che svolgere anche la professione di Scienziato. Chi è Ricercatore
Indipendente dovrebbe fare studi, analisi e comparazioni incrociati e
interdisciplinari, alla ricerca di quel materiale che inchioderà le
contraddizioni scientifiche oggi diffuse. In realtà questo lavoro non è
particolarmente complesso se consideriamo che sono proprio gli Enti
Spaziali Pubblici (e non solo) che diffondono una enorme quantità di
materiale pubblico e disponibile per tutti.
M.F. Parliamo dei “taroccamenti” fotografici. Pare che
(secondo diverse opinioni largamente diffuse nel web) moltissimi frames
di Spirit e Opportunity siano in realtà dei veri e propri capolavori di
“taroccatura”. Ma, attraverso le moderne tecnologie digitali, come si fa
a camuffare e trasformare un frame, addirittura quantizzando le
irregolarità e le linee curve fino a raddrizzare tutto?
A.F.
I metodi sono tanti, circa una trentina, ma ne possiamo esaminare
alcuni interessanti che però non dovrebbero essere generalizzati a
tutto. Si parte anzitutto dall’acquisizione di coordinate DEM, ovvero la
trasposizione di un’immagine fotografica in un modello virtuale
tridimensionale (usato da NASA ed ESA). Tale operazione attualmente
viene operata in automatico per esempio dai Rovers su Marte perché ha la
funzione di stabilire le quote di operatività delle sonde stesse. Tanto
per rendere l’idea, i Rovers devono sapere se hanno davanti terreno in
salita, in discesa, dossi, affossamenti onde evitare di impantanarsi o
di ribaltarsi.
M.F. Ok, questo potrebbe andare persino bene: l’idea è
resa in modo chiaro. Ma…?
A.F.
Ma… tutte le immagini che provengono dai Rovers saranno trasformate
al Centro di Controllo in modelli 3D virtuali che, successivamente,
saranno rivestite di una texture particolarmente efficace che, a quel
punto, rende una geometria globale del terreno modificabile da parte di
chiunque. A guardarla sembrerà un’immagine vera. Il tutto poi verrà
rifotografato e sostituirà l’immagine vera e naturale iniziale.
Quello
che avremo è una rappresentazione virtuale che spesso la NASA stessa
ammette di fare e li pubblica con relativi dati. Spesso però ha
pubblicato tali immagini sostenendo che fossero vere e genuine.
L’utilità di queste immagini è che si possono tranquillamente nascondere
determinati particolari del terreno che non devono essere mostrati al
pubblico, al che si ritorna al problema di prima: qualora ci fossero
forme di vita, o simili, da non mostrare esse verranno rese
irriconoscibili pur rimanendo nell’immagine. Semplicemente non si
riconosceranno perché saranno state allungate, ristrette, appiattite…
tutte operazioni permesse dall’editing digitale e che la vecchia
fotografia tradizionale non permetteva, salvo che annebbiamenti o
coperture con altri dettagli fatti in modo “artigianale”. L’editing
digitale modifica la geometria delle cose: un cubo diverrà una sfera!
M.F. Ma un Ricercatore Indipendente non corre
il rischio di diventare un “donchishottista”
o un “sanchopanzista”?
A.F.
Beh, potrebbe accadere che dinnanzi a “taroccature”
e falsificazioni si potrebbe essere tentati
di non vederle, perché è molto meno faticoso ed è molto più rilassante
supporre che non ci sia nessuna alterazione piuttosto che pensare a
qualche atto di slealtà da parte degli Enti Spaziali ecc… Nei fatti
però non è possibile ricondurre determinate sequenze progressive di
immagini ad una logica, quindi bisognerebbe dedurre che, date due foto
diverse che rappresentano la stessa cosa, una potrebbe essere corretta e
l’altra no. Ma come facciamo a sapere quale
è vera e quale è falsa? Non possiamo nemmeno stabilire che quella falsa
sia quella che mostra più particolari…
Occorre allora fare un’analisi a tappeto di molti
frames che rappresentano la stessa porzione di terreno. Solo così
potremmo farci un’idea più accurata sulla presenza o meno
di anomalie di superficie o alterazioni.
Note: (1) si suggerisce la lettura di questi
documenti:
Il laboratorio di Los Alamos, Il
Progetto Manhattan, La
bomba atomica.
Il Dr. Alessio Feltri
è nato a Savona il 4 febbraio 1951. Dal 1969 fino al 1979 ha svolto la professione
di musicista, compositore ed esecutore di musica "progressiva". Tra
l’altro ha prodotto diversi album ben conosciuti dai cultori di
questo genere musicale.
Nel 1970 ha
conseguito il diploma di maturità classica e nel 1979 si è laureato
in Architettura con una tesi
sulla psicologia della forma applicata ai campi polari, contenente
la “Teoria Gravitazionale delle linee bidimensionali curve”,
selezionata per una mostra itinerante a carattere europeo
sponsorizzata dalla Tecno s.p.a. Nel 1981 Ha conseguito la
specializzazione in Metodologie di Intelligenza Artificiale
applicate ai processi informatici (motori inferenziali, sistemi
esperti, grafica tridimensionale, realtà virtuale).
Dal 1982 al 1987 progettista “free lance” di software CAD per
primarie ditte di arredamento (Boffi, Driade, Mazzei), con
successiva cessione dei diritti sui brevetti ad aziende
statunitensi.
Dal
1988 al 1998 attività di architetto libero professionista in Milano,
con esperienze di Industrial Design (Driade, Movi, Cristal Art).
Molte opere sono state pubblicate su libri e pubblicazioni
periodiche di settore (Casa Vogue, Modo, Abitare) oppure menzionate
in corsi universitari.
Dal
1999 esercita l’attività nel suo studio in Savona, affiancando
all’attività di architetto quella di esperto di grafica e realtà
virtuale.
Come membro della Società Italiana di Malacologia ha svolto ricerche
sulle migrazioni di forme biotipiche di molluschi dall’Atlantico al
Mediterraneo.
Da
sempre studioso di esobiologia ha scritto diversi articoli relativi
all’interpretazione visuale delle immagini provenienti dalle sonde
NASA ed ESA.


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