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PERCHE' IL CIELO E' AZZURRO ANCHE SU MARTE?

 

La grande quantità di immagini a colori ed in bianco e nero che abbiamo a disposizione riguardo Marte, grazie naturalmente allo sforzo tecnico, economico e scientifico degli Enti spaziali NASA ed ESA, è diventata oggetto di dibattiti senza fine. Vi sono svariate tipologie di dibattiti: chi vede marziani dappertutto e chi no; ci sono quelli che fomentano voci di complotti ad hoc e chi difende a tutta spada l'operato degli Enti stessi. Ci sono, poi, coloro che, dati alla mano, si rendono conto che "qualcosa non quadra", ma non si schierano ne a favore e ne contro nessuno. 

La nostra posizione è decisamente l'ultima, anche perchè - lo diciamo onestamente - mandare sonde su un altro pianeta costa davvero molti soldi! Non avrebbe nessun senso "occultare" e "manipolare" in mala fede. Tuttavia qualche dubbio che certe informazioni possano venire tenute per il momento "nascoste" può scappare, e non c'è niente di male nel formulare qualche riflessione al riguardo. Qualora ci fossero veramente dei comportamenti discutibili da parte degli Enti Spaziali sarebbero decisamente squallidi e deplorevoli.

Da qualche tempo è sorta una querelle sui presunti "almost true colors" di Marte o sui "true colors". Alcuni sostengono che anche su Marte il cielo è azzurro, pari a quello terrestre, e non rosso, rosa, giallo, arancione, marrone... come molti frames della NASA mostrano. Ma ci siamo chiesti effettivamente quale problema comporterebbe se le cose stessero così. Francamente noi non ne vediamo nemmeno uno; la ragione è semplicissima: si tratta solo di gas e polveri che fungono da filtro passa-banda sulla luce solare. Questo fenomeno lo vediamo tutti i giorni sulla Terra. Pertanto se accadesse anche su un altro pianeta (il che è ovvio) quale genere di querelle dovrebbe scatenare? 

La soluzione migliore, mirata e semplice consiste nel far parlare la scienza stessa; successivamente sarà possibile mettere a confronto l'apparenza del cielo marziano (foto NASA) con le nostre elaborazioni in aggiunta alla spiegazione tecnica che la fisica offre.

Le informazioni che verranno di seguito esposte sono state trattate da personale esperto: un astronomo dell'Osservatorio di Bologna e un meteorologo dell'Unione Meteorologica del Friuli Venezia Giulia. Premettiamo che NON si tratta di informazione "di parte" e che non c'è nessuna relazione tra Pianeta Marte.net e i rispettivi Autori; di conseguenza, riteniamo si tratti di dati genuini, scevri da mala fede e/o prese di posizione per fini diversi dalla pura informazione. Al termine della trattazione verranno forniti i link originali, affinchè ciascuno possa verificare di persona l'onestà di questo articolo.   

Perchè il cielo è blu ?  (base)    
Annibale D'Ercole
Osservatorio Astronomico - Bologna

Non c’è dubbio che sia stato proprio il bel colore blu ad ispirare Manzoni nella descrizione, nei Promessi Sposi, di “… quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello, così splendido, così in pace”.   Ad un fisico, tuttavia, il cielo pone riflessioni più prosaiche: perché il cielo è blu? E perché il Sole, al tramonto, appare rosso?

Com’è noto, la luce visibile di color bianco proveniente dal Sole è composta dalla sovrapposizione di onde elettromagnetiche di diverse lunghezza d’onda che variano dai 380 nm [1 nanometro (nm) = 1 milionesimo di millimetro] della radiazione che percepiamo come violetta, fino ai 720 nm della radiazione che ci appare rossa, passando per il blu, verde, giallo, arancio.
Una volta raggiunta la Terra, un raggio solare interagisce con l’atmosfera. Quest’ultima è composta per il 78% da azoto e per il 21 % da ossigeno. Sono anche presenti argon, acqua (in forma di vapore, goccioline e cristalli di ghiaccio) e particelle solide (polveri, ceneri dai vulcani e sale dal mare).
Gli effetti dell’interazione tra luce ed atmosfera dipendono dalla lunghezza d’onda della radiazione e dalle dimensioni degli oggetti su cui questa incide.
Le particelle di polvere e le goccioline d’acqua sono molto più grandi della lunghezza d’onda della luce visibile: in questo caso la luce viene riflessa in tutte le direzioni allo stesso modo, indipendentemente dalla propria lunghezza d’onda.
Le molecole di gas hanno dimensioni inferiori e la luce si comporta diversamente a seconda della sua lunghezza d’onda. La luce rossa ha una lunghezza d’onda maggiore e tende a “scavalcare” le particelle più piccole senza “vederle”; questa luce, dunque, interagisce molto debolmente con l’atmosfera e prosegue la sua propagazione rettilinea lungo la direzione iniziale. Al contrario, la luce blu ha una lunghezza d’onda inferiore e si “accorge” della presenza delle molecole da cui è infatti riflessa in tutte le direzioni (fu Einstein a dimostrare nel 1911, contrariamente a quanto si credeva in principio, che erano proprio le molecole, e non le polveri in sospensione, la causa della diffusione).

Questa diffusione differenziale dipendente dalla lunghezza d’onda è chiamata, in inglese, Rayleigh scattering (da Lord John Rayleigh, il fisico inglese che per primo la descrisse nella seconda metà dell’Ottocento).
Più precisamente, la quantità di luce diffusa è inversamente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d’onda. Ne consegue che la luce blu è diffusa più di quella rossa di un fattore (700/400)4 ~ 10.

Proprio nel Rayleigh scattering risiede la risposta alle domande che ci siamo posti all’inizio.
Nell’attraversare l’atmosfera, la maggior parte della radiazione di maggior lunghezza d’onda prosegue la sua traiettoria rettilinea. La luce rossa, arancione e gialla viene influenzata solo in minima parte dalla presenza dell’aria. Al contrario, la luce blu è diffusa in tutte le direzioni. In qualunque direzione si osservi, parte di questa luce giunge ai nostri occhi. Il cielo, pertanto, appare blu.
Vicino all’orizzonte il cielo è di un azzurro più chiaro perché la luce, per raggiungerci da questa direzione, deve attraversare più aria e viene diffusa maggiormente; pertanto siamo raggiunti da una minor quantità di luce blu.
Le nuvole e la nebbia ci appaiono bianche perché consistono di particelle più grandi delle lunghezze d’onda della radiazione visibile, e diffondono tutti i colori allo stesso modo. Tuttavia, in particolari condizioni, è possibile che in aria si trovino in sospensione particelle più piccole.

Alcune montagne sono famose per le loro foschie blu (ad es. a Les Vosges in Francia). In questo caso gli aerosol di terpene rilasciati dalla vegetazione reagiscono con l’ozono dell’atmosfera formando particelle di circa 200 nm adatte a diffondere la luce blu.
A volte, l’incendio di una foresta o un’eruzione vulcanica possono riempire l’atmosfera con particelle delle dimensioni di 500-800 nm. Queste particelle sono pertanto in grado di diffondere la luce rossa, provocando un effetto opposto a quello usuale. In questo caso è la luce rossa ad essere diffusa via dal raggio incidente e questo provoca, in alcuni casi, una colorazione blu della Luna. Questo è un effetto che accade assai di rado e nella lingua inglese è preso ad esempio di evento raro (once in a blue moon, una volta ogni luna blu; l’analogo del nostro “una volta ogni morte di papa”).

Se fossimo sulla Luna, a causa dell’assenza di atmosfera (e della diffusione ad essa connessa), il cielo apparirebbe nero e il Sole sarebbe bianco. Sulla Terra, invece, in conseguenza del Rayleigh scattering, parte della componente blu è rimossa dai raggi diretti del Sole che pertanto ci appare giallo. Questo effetto è amplificato al tramonto, quando il Sole è vicino all’orizzonte. I raggi solari diretti attraversano uno strato maggiore di atmosfera e vengono maggiormente impoveriti della componente blu. Il Sole, dunque, diventa sempre più rosso man mano che il tramonto procede.
Le immagini inviateci dalle sonde Viking nel 1977 e Pathfinder nel 1997 hanno mostrato che il cielo visto da Marte appare rosso. Questo è dovuto alla polvere ricca di ossido di ferro (che appare rosso), sollevata durante le bufere che si verificano di tanto in tanto sul pianeta rosso (come viene appunto soprannominato Marte).
Il colore del cielo marziano dipende dunque dalle condizioni atmosferiche. Esso è blu in assenza di bufere recenti, ma risulta comunque più scuro di quello terrestre a causa della minore quantità di atmosfera.

Commentando questa trattazione del Dr. Annibale D'Ercole appare abbastanza ovvio che, per comprendere il perchè su Marte il cielo è basilarmente blu, necessita capire primariamente il motivo grazie al quale vediamo lo stesso cielo blu sulla Terra. Ricordiamo che le atmosfere di Terra e Marte sono composte da gas che fungono da filtro passa-banda; sulla Terra spesso vediamo il cielo "velato" e biancastro a causa delle particelle d'acqua in sospensione (le cosiddette giornate afose, dove il tasso di umidità è elevato, ne sono un esempio). Quindi non sono le molecole d'acqua di per sè a rendere il cielo blu, bensì un effetto di filtraggio provocato dai singoli atomi dei gas. Analogamente a Marte, anche sulla Terra vediamo spesso il cielo acquisire un colore rosato, rossastro e a volte rosso; questo è un normalissimo effetto legato alla presenza di polveri sottili, molecole d'acqua e particelle ghiacciate (all'alba e al tramonto). Sulla Terra quando si verificano tempeste di sabbia il cielo rimane basilarmente blu anche perchè il vento per sua natura tende a spazzare l'umidità (acquista una temporanea opacità a causa della sabbia sollevata); potrebbe invece acquisire toni rosati se oltre alla polvere si aggiungesse l'umidità. Questo fenomeno si verifica molto spesso anche nelle nostre zone. La tesi della polvere rossa, al contrario delle credenze comuni, è un'ulteriore indizio che l'atmosfera marziana non è affatto sottile e potrebbe contenere un tasso di umidità forse leggermente maggiore di quanto si crede....

Nel caso di Marte ci siamo accorti che, nonostante le nostre "puliture" eseguire sui frames, spesso il cielo continua a manifestare colori rosati su uno sfondo azzurrino. Ci auguriamo che la spiegazione qui fornita possa già costituire un motivo per non crearsi dei patemi d'animo inutili. Ma veniamo alla seguente sezione sempre del Dr. D'Ercole, questa volta occorre possedere nozioni di fisica....

Perchè il cielo è blu? (avanzato)
Annibale D'Ercole
Osservatorio Astronomico - Bologna

Se poniamo un elettrone in un punto dello spazio attraversato da un’onda elettromagnetica, questo elettrone comincerà ad oscillare "su e giù" rispetto alla posizione iniziale in risposta al campo elettrico oscillante dell’onda, proprio come farebbe un sughero galleggiante sull’acqua quando è investito da un’onda.
Al contrario del sughero, tuttavia, l’elettrone, possedendo una carica elettrica e, emette radiazione la cui intensità I è data da

      (1)

dove c è la velocità della luce, e la carica dell’elettrone ed a la sua accelerazione.
Dunque un elettrone inizialmente fermo non emette radiazione. Una volta investito da un’onda elettromagnetica, però, l’elettrone sperimenta un’accelerazione alternata della stessa frequenza dell’onda incidente ed emette a sua volta radiazione di frequenza pari a quella del fascio incidente.  In altri termini, la radiazione è "diffusa" in tutte le direzioni.
Questa diffusione viene detta Thompson scattering, e la sua efficacia non dipende dalla frequenza della radiazione incidente.

Se però l’elettrone non è libero, ma posto in un atomo (come accade nell’atmosfera), le cose vanno diversamente.  In questo caso l’elettrone (negativo) è legato al nucleo atomico (positivo) tramite una forza elettrica e, per quel che concerne le argomentazioni che seguono, il suo moto può essere assimilato a quello di una molla: l’elettrone oscilla rispetto al nucleo, così come l’estremità di una molla oscilla rispetto alla sua posizione di equilibrio.
E' bene, allora, accantonare per il momento, il nostro elettrone e approfondire meglio il comportamento di una molla. Questo ci permetterà di chiarire, successivamente, il problema dell’interazione di un elettrone atomico con un fascio di radiazione incidente. 

(Si prenda come esempio un Dinamometro, strumento di misura usato in Fisica, costituito da una molla alla quale è possibile appendere piccoli pesi per misurarne la massa - nota di Pianeta Marte.net)

 

Consideriamo una pallina di massa m posta all’estremità di una molla e tendiamo la molla stessa spostando la pallina fino ad una distanza x dalla posizione di equilibrio.
La forza esercitata dalla molla sulla pallina si può scrivere come

Fm = - k x

La costante k è una caratteristica della molla (dà una misura della sua elasticità) ed il segno negativo sta ad indicare che la forza è sempre indirizzata in senso opposto allo spostamento.  Infatti, quando si tende la molla c’è uno spostamento positivo della pallina su cui la molla esercita una forza di richiamo in senso opposto; se invece comprimiamo la molla lo spostamento è negativo e la molla spinge la pallina di nuovo in senso opposto.
Dalla seconda legge di Newton sappiamo che ogni forza, e dunque anche quella esercitata dalla molla, può essere espressa come il prodotto della massa m per l’accelerazione a impressa alla massa dalla forza stessa:

F = m a

Dall’uguaglianza di questa espressione con quella data più sopra (F = Fm), otteniamo per l’accelerazione la formula

a = - ( k / m ) x

Se ora lasciamo andare la molla, la pallina posta alla sua estremità oscillerà avanti e indietro rispetto alla sua posizione di equilibrio in un intervallo –D < x < D, dove D è l’estensione massima dell’estremità della molla dalla posizione di equilibrio (l’estensione a cui abbiamo sottoposto la molla inizialmente).
Si può dimostrare facilmente che il moto della pallina è di tipo sinusoidale e può essere espresso, ad esempio, come x (t) = D cos (ot), dove t è il tempo e o = (k/m)0.5 è connesso alla frequenza di oscillazione o   tramite la relazione  o = 2 pi.gif (837 byte)ni.gif (836 byte)o.

Nota:
In effetti, l’accelerazione è data dalla derivata seconda rispetto al tempo dello spostamento

a = d2x / dt2

L’equazione del moto per la pallina all’estremità della molla è pertanto

(d2 x / dt2) - o2 x = 0

la cui soluzione generale, com’è facile verificare, è data da

x ( t ) = D cos ( ko t + )

In cui D e sono due costanti che dipendono dalle condizioni iniziali.

In conclusione, si può dimostrare che l’accelerazione a cui è sottoposta la pallina dopo che si è "stuzzicata" la molla è

a = o2 D cos ( o t )

      (2)

Dunque, il sistema molla+pallina non esegue vibrazioni casuali, ma oscilla ad una ben precisa frequenza ni.gif (836 byte)o, caratteristica del sistema (dipende dalla elasticità della molla e dalla massa della pallina).
Molti sistemi fisici reagiscono ad una sollecitazione esterna mettendosi ad oscillare con una propria frequenza caratteristica.  Un pendolo, una volta scostato dalla sua posizione di equilibrio e lasciato poi a se stesso, oscilla con una frequenza legata alla sua lunghezza (pendoli più corti hanno frequenze maggiori).  E' esperienza comune che è possibile regolare l’ampiezza di oscillazione dell’altalena su cui si è seduti, ma non la sua frequenza; per ottenere oscillazioni più frequenti è necessario ricorrere ad altalene più corte.  Le corde di una chitarra o un diapason rappresentano ulteriori esempi di sistemi fisici che, una volta sollecitati, reagiscono vibrando ad una frequenza ben precisa.
Tali sistemi vengono detti oscillatori armonici. (le nozioni sul moto armonico sono tra l'altro reperibili in tutti i testi di fisica delle scuole Medie Superiori - nota di Pianeta Marte.net).

Possiamo ora tornare al nostro atomo e al problema di come esso reagisce una volta investito da un’onda elettromagnetica di data frequenza.
Nel contesto della fisica classica (ovvero in assenza di effetti quantistici) un elettrone in un atomo può essere assimilato ad un oscillatore armonico: esso oscilla attorno al nucleo con una frequenza caratteristica, analogamente alla pallina posta all’estremità della molla nell’esempio precedente.  La frequenza caratteristica dipende dalla struttura dell’atomo e dalla forza elettrostatica effettivamente esercita tra l’elettrone e il nucleo. Atomi diversi hanno frequenze caratteristiche diverse.
Tuttavia, un elettrone atomico investito da un’onda elettromagnetica rappresenta un problema un poco più complicato rispetto all’esempio della molla dato più sopra. Mentre infatti quest’ultima, dopo la sollecitazione iniziale, è libera di oscillare senza subire ulteriori interferenze esterne, l’elettrone è continuamente sottoposto all’azione del campo elettrico oscillante della radiazione incidente.  In questo caso, oltre alla forza di richiamo analoga ad Fm esercitata dal nucleo atomico, sull’elettrone agisce anche la forza elettrica Fe = eE, dove e è la carica dell’elettrone ed E è il campo elettrico dell’onda elettromagnetica.
Quest’ultimo oscilla ad una frequenza ni.gif (836 byte)e può essere descritto come

E ( t ) = Emax cos ( t )

dove  = 2 , ed Emax è la massima intensità raggiunta dal campo elettrico.
In sostanza, F = Fm+ Fe   e, tenendo conto della formula di Newton, l’accelerazione dell’elettrone è data da

a = - o2 x + ( Emax / m ) cos ( t )

dove ora m rappresenta la massa dell’elettrone e o la sua frequenza caratteristica. Questa equazione rappresenta un’oscillazione forzata, ed ovviamente coincide con l’equazione dell’oscillatore armonico in assenza di forze esterne (Fe = 0).
Non è difficile mostrare che, nel caso di un’oscillazione forzata, si ottiene

      (3)

Dunque, l’elettrone "intrappolato" nel campo elettrico oscillante della radiazione incidente è forzato ad oscillare con la stessa frequenza di quest’ultima anziché con la propria.  Inoltre, ed è questo il punto importante, l’accelerazione massima

 

a cui è sottoposto l’elettrone dipende sia da  che da o.
Ponendo x = ( o / la formula precedente può essere riscritta come

Se l’elettrone viene colpito da un’onda elettromagnetica di frequenza simile a quella propria di oscillazione ( ~ o), x  assume valori vicini all’unità; il denominatore nella formula precedente diventa piccolo e l’elettrone subisce un’accelerazione elevata riemettendo (diffondendo) la radiazione in tutte le direzioni.
Al contrario, se  e o hanno valori molto diversi, amax è piccolo e l’elettrone sperimenta un’accelerazione così piccola da non essere in grado di riemettere efficacemente (si veda l’equazione 1). Come accennato in precedenza, se comunichiamo ad un’altalena impulsi con una frequenza diversa da quella propria, non siamo in grado di amplificarne le oscillazioni.

In conclusione, contrariamente al Thompson scattering che è indipendente dalla frequenza, gli atomi diffondono più efficacemente la radiazione con frequenza vicina a quella loro propria di oscillazione, mentre risultano “trasparenti” alle onde di frequenza diversa. Questa diffusione selettiva è detta Rayleigh scattering e dà la spiegazione del colore blu del cielo. Le molecole che compongono l’atmosfera hanno frequenze proprie grandi rispetto a quelle della luce visibile (x >>1); dal momento che la radiazione che percepiamo come blu ha una frequenza doppia rispetto al rosso, la luce blu è diffusa molto più efficacemente. Dunque la luce blu ci arriva da ogni direzione, e noi vediamo il cielo blu.

L'affermazione secondo la quale il cielo di Marte è rosso, rosa, ecc. potremmo definirla al quanto sciocca e poco professionale soprattutto quando essa viene accompagnata dalle "perenni polveri rossicce", come se l'atmosfera di Marte fosse eternamente immersa nella polvere rossa. Basta infatti formulare la domanda con i giusti termini e la polemica muore da sola: "Se non ci fosse la polvere rossa quale sarebbe il colore del cielo di Marte?" La risposta è ovvia: "il cielo di Marte sarebbe blu". Inoltre le polveri rosse per quanto tempo potranno restare in sospensione?

Allora perchè i tecnici della NASA ci mostrano questo "carnevale" di colori nelle fotografie delle sonde? Magari perchè non hanno studiato fisica, insomma, incompetenza? Non sta a noi giudicare il loro operato; preferiamo pensare che potrebbero esserci seri problemi nell'interpretazione dell'aspetto marziano e, quindi, come abbiamo fatto noi, anch'essi tentano di offrire una visione del pianeta.

Ma veniamo adesso alla trattazione seguente da parte del meteorologo che affronta lo stesso argomento, sperando che finalmente chiunque visiterà questa sezione di Pianeta Marte.net troverà pace alla propria voglia di capire come stanno le cose.

IL COLORE DEL CIELO

 Fulvio Stel
Unione Meteorologica del Friuli Venezia Giulia

Il colore azzurro del cielo è il risultato di un meccanismo di interazione tra radiazione e materia che prende il nome di diffusione e che consiste nella dispersione della radiazione in tutte le direzioni.

La diffusione ha luogo quando la radiazione luminosa (ma non solo, infatti vale anche per tutte le onde elettromagnetiche) incide su materia i cui costituenti sono separati tra di loro da distanze che sono maggiori della lunghezza d'onda della radiazione stessa.
Per esempio l'alone luminoso che si osserva attorno a una lampadina nei casi di nebbia è proprio causato dalla diffusione della luce da parte delle goccioline che sono i costituenti elementari della nebbia. In questo caso la radiazione proveniente dalla lampadina viene diffusa dalla nebbia in tutte le direzioni.
Se le goccioline che costituiscono la nebbia fossero molto più vicine tra di loro, allora la luce non verrebbe diffusa. Infatti l'alone non si osserva se si avvicina una lampadina a una vasca d'acqua (che possiamo immaginare costituita da goccioline vicinissime).

Lo stesso meccanismo avviene anche per la luce solare nell'atmosfera terrestre a un'altezza indicativa di un centinaio di chilometri dal suolo. A quelle altezze, infatti, gli atomi e molecole che costituiscono l'atmosfera sono abbastanza distanti tra di loro da permettere il meccanismo della diffusione, il quale è tanto più efficiente quanto minore è la lunghezza d'onda della radiazione incidente.
In altre parole, la luce blu viene diffusa maggiormente della luce rossa. La luce azzurra che noi vediamo provenire dal cielo è quindi proprio la luce blu diffusa dall'alta atmosfera terrestre.

Il meccanismo di diffusione è anche responsabile della colorazione rossastra del cielo all'alba e al tramonto.
In questi casi, però, la diffusione non è prodotta dall'alta atmosfera terrestre, ma da polveri, goccioline e aerosol presenti nella bassa atmosfera (fino a 10-15 chilometri di altezza sul livello del mare). Quello che accade è che l'alta atmosfera terrestre diffonde la luce blu, mentre le polveri e le goccioline danno origine alla diffusione della luce rossa lasciata passare dall'alta atmosfera.
Questo effetto è evidente al mattino e alla sera perché in questi due momenti della giornata la luce del Sole percorre nell'atmosfera tragitti più lunghi per arrivare fino a noi. Una prova indiretta di questo effetto delle polveri e goccioline è che quando l'atmosfera è particolarmente tersa e limpida, allora i tramonti non sono molto rossi, viceversa quando l'atmosfera è particolarmente ricca di polveri e goccioline i tramonti sono particolarmente belli.
Quando il vulcano Pinatubo esplose (nel 1991) per molti mesi seguirono dei tramonti particolarmente suggestivi, vista l'aumentata percentuale di polveri espulse nella media e bassa atmosfera.

E' da notare che ulteriori particolari sono stati messi in evidenza e ci rendiamo conto che l'effetto del "cielo blu" è cumulativo se pensiamo che esso tenderebbe a manifestarsi gradualmente da una altezza approssimativa di 100 km dal suolo (precisiamo però che a quell'altezza il cielo è sostanzialmente nero. La dispersione inizierà ad evidenziarsi in modo vistoso da circa 50-60 km). Man mano che si scende aumenta la densità atmosferica e quindi l'intensità del colore. Oltretutto comprendiamo anche che il "cielo rosso" non è solo prerogativa di Marte, ma anche della Terra e per motivi analoghi. Probabilmente queste nozioni potrebbero aiutarci a dedurre una possibile realtà: l'atmosfera di Marte non è proprio così sottile come si crede comunemente. Basta osservare molti frames NASA di Spirit e Opportunity per rendersi conto della strana "foschia", nonchè dello strano cielo chiarissimo che primeggia nel paesaggio marziano. Se la pressione al suolo fosse davvero di 7 millibar e l'atmosfera fosse così esigua allora il colore del cielo dovrebbe essere quasi nero con un tenue velo di luminosità sull'orizzonte, sempre trasparente e con nessuna "foschia".

Fonti della trattazione:

http://www.bo.astro.it/sait/spigolature/spigo402base.html

http://www.bo.astro.it/sait/spigolature/spigo402avanzato.html

http://ulisse.sissa.it/Answer.jsp?questionCod=62783488 

Si veda anche l'articolo pubblicato da Lunar Explorer Italia e segnalato nella Pagina di Navigazione. Inoltre raccomandiamo di visitare sul sito www.lunexit.it  le sezioni dedicate a "Marte a colori". I commenti dello Staff di Lunar Explorer Italia saranno un ulteriore stimolo alla riflessione.

IMPORTANTE:

Tutte le immagini qui a destra sono rispettivamente Credits: NASA/JPL.  Le rielaborazioni sono state effettuate da: Pianeta Marte.net

 ALCUNI FOTOGRAMMI RIELABORATI DA NOI

Eppure non è che abbiamo eseguito complicati procedimenti. E' stato sufficiente rimuovere il filtro rosso......ed ecco cosa è venuto fuori....Notate la migliore qualità dell'immagine risultante, e come il terreno rivela migliori particolari. Sopratutto osservate il bel cielo azzurro....

 

I colori, speriamo, siano effettivamente quelli naturali. Osservate le due immagini e confrontate come terreno e cielo cambiano e danno prospettive molto diverse. In particolare osservate (in quella ripulita) sullo sfondo la strana foschia....che su un pianeta a bassa pressione non avrebbe senso di esistere. 

Oltretutto, benchè senza nessun filtro, la caratteristica colorazione del suolo "rossastra" non è stata eliminata, a testimonianza che effettivamente......

...potevano essere lasciate "al naturale".....senza coloranti, ne conservanti (scusate la battuta umoristica!). Osservate le tracce lasciate dal Rover: non ricordano le impronte su terreno umido? Se quell'area fosse totalmente arida, come è che una sonda così leggera, in definitiva, lascerebbe simili impronte?

Ed ora una chiara opera di sovraesposizione cromatica. Confrontate le due immagini e giudicate voi stessi quale effettivamente sembrerebbe più realistica. Ci si chiede con quale criterio è stata scelta tale colorazione...

A questo punto vorremmo porre una domanda: e da quando il colore del cielo è praticamente uguale a quello del terreno? Ma è possibile che, considerando le enormi spese per il programma spaziale, sia così complicato tarare una telecamera? Eppure esistono sul mercato videocamere che, a costi contenuti, sembrerebbero offrire ottimi risultati sulla qualità dell'immagine e del colore.... 

Ancora una volta il fantomatico filtro rosso. Osservate le due immagini e notate la differenza....

Filtro rosso a parte, giudicate voi lo strano colorito di quel terreno che smuove il Rover.... Cosa potrebbe sembrare? Fango? Semplice terreno più scuro? E se eventuali tracce d'acqua fossero presenti nel terreno sottostante? 

Una celeberrima immagine del Viking. Notate la sovraesposizione del frame e poi osservate come, dopo l'elaborazione, il paesaggio rientra nei "canoni" dei colori largamente conosciuti per Marte.... ed il cielo è celeste tipicamente "afoso".

Anche per questa immagine la rimozione del filtro rosso è stata un'operazione semplicissima! Anche senza "coloranti" il terreno rossiccio è rimasto invariato. Un'ulteriore testimonianza che mostra forse i veri colori di Marte. Anche qui abbiamo un bellissimo cielo azzurro e sereno.

 

Questo frame del Viking è stato abbastanza reso celebre tra l'altro da Edicolaweb.net. Noi abbiamo tentato di rimuovere quei colori decisamente finti e dare un aspetto naturale al paesaggio. Eppure, nonostante tutto, siamo stati presi dalla netta sensazione che il cielo fosse letteralmente un dipinto, montato poi su un suolo marziano! Guardatelo bene.... 


FRAMES ORIGINALI NASA

E questo sarebbe uno scorcio del "Pianeta Rosso"?

Qui non ci abbiamo messo nemmeno un dito! Eppure...

Ancora una splendida immagine Viking che mostra il"Pianeta Rosso", ma non così rosso....

E per concludere osservate questa immagine. Il cielo non è per nulla rosso, ne rosa, ma celestino tipicamente "afoso"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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