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presenta questa trattazione acquisita dal sito
www.narkas.org.
Poichè la scienza, a livello ufficiale, si muove in termini di
evoluzionismo nella ricerca della conoscenza sull'origine della
vita, sia sulla Terra che in altri pianeti, viene naturale
affrontare l'argomento in modo adeguato. Si presuppone che anche
Marte, come la Terra, abbia avuto nel suo lontano passato un
periodo caratterizzato da temperatura ed umidità molto maggiori,
atmosfera densa e oceani sulla superficie. Partendo da questo
presupposto, i ricercatori stanno cercando le prove di un inizio
della vita, a partire da queste condizioni. Secondo le attuali
teorie maggiormente accreditate anche su Marte iniziò a
svilupparsi una qualche forma di vita. Ma le cose stanno davvero
così? Su cosa si poggia la teoria evolutiva? Mentre consideriamo
la trattazione, applichiamone i concetti anche a Marte....
Un
destino quasi comune caratterizza la diffusione delle teorie
scientifiche: tranne poche eccezioni, esse sono state accolte, per
lo più, con indifferenza, tra critiche e incomprensioni. Una di
queste eccezioni, forse la più problematica, è rappresentata
dalla teoria dell'evoluzione di Charles Darwin.
Darwin ha incontrato senz'altro anche numerosi critici, ma il
favore e il fanatismo con cui le sue teorie sono state accettate,
diffuse e difese fin dall'inizio da vasti ambienti scientifici,
hanno, per lo meno, dello straordinario. Un giudizio sulla
scientificità delle "dimostrazioni" dell'evoluzionismo
lo lascio a un convinto evoluzionista quale Giuseppe Montalenti,
quando cerca di spiegare le cause dello scetticismo verso la
teoria dell'evoluzione: "Un primo ordine di cause è inerente
alla difficoltà stessa del problema, alla impossibilità pratica
di raccogliere prove assolutamente esaurienti e decisive, di
costruire alberi genealogici completi e privi di lacune. Torneremo
a discutere criticamente questo argomento: per ora basti
riconoscerne l'esistenza e ricordare come, di fronte al facile
ottimismo di chi pretendeva di spacciare lunghi e complessi alberi
genealogici come verità scientificamente dimostrata, fu facile
impresa ai critici dimostrarne l'inconsistenza. Dimostrare cioè
che molte, troppe difficoltà venivano superate con voli di
fantasia, anziché con seria documentazione scientifica" (1).
E il giudizio di Montalenti non è meno severo nei confronti di
uno dei primi sostenitori del darwinismo in Germania, il famoso
Haeckel: "infiammato di polemico ardore e inspirato da una
fede cieca nella validità delle dottrine scientifiche unita ad
una fantasia da romanziere, s'illuse di poter tracciare le più
ardite e complete genealogie, dalla "monera" all'uomo,
superando le lacune e le difficoltà con arditi voli, inventando
addirittura nuovi organismi, come appunto le "momere", là
dove non esistevano le forme che gli avrebbero fatto comodo"
(2).
Con il passare degli anni il fanatismo degli evoluzionisti non
è diminuito: di generazione in generazione le vecchie
"dimostrazioni dell'evoluzionismo" sono state
riconosciute come voli di fantasia e sostituite da nuove
"dimostrazioni", senza che la fede nella assoluta
validità dell'evoluzionismo ne venisse minimamente scalfita. Si
deve anche sottolineare il disagio degli scienziati evoluzionisti
a riconoscere che altri uomini di scienza mettano in dubbio la
validità scientifica dell'evoluzione. Montalenti relega questi
episodi nel passato: "Sul finire del secolo scorso e nei
primi decenni del presente, si registra infatti un cambiamento di
tono nei riguardi dell'evoluzionismo: molti biologi si esprimono
in termini piuttosto scettici sul valore della teoria e delle
"prove" su cui essa si fonda" (3). Ma questa fase
di "sfiducia e di stanchezza" è per Montalenti ormai
superata: la scienza moderna non avrebbe più dubbi al riguardo.
Un atteggiamento critico nei confronti dell'evoluzionismo è per
lui un "pregiudizio", alimentato da ambienti estranei al
mondo della scienza: "I sentimentalismi antievoluzionistici,
la repugnanza per la genealogia animalesca dell'uomo e la
preferenza per la sua derivazione da esseri spiritualmente
superiori, le concezioni religiose che postulano l'esistenza di
un'anima immortale, le filosofie a base idealistica, che
sostituiscono ad un monismo materialistico un monismo
spiritualistico, o per lo meno dichiarano la totale predominanza
dello spirito sulla materia, si coalizzarono contro il
materialismo, il positivismo, il naturalismo, e, nella specie,
contro la dottrina evoluzionistica. [...]
"Così, da una parte le difficoltà intrinseche nel
problema [...], e dall'altra l'ostilità dichiarata della
filosofia tradizionalistica e del risorgente idealismo, crearono
un'atmosfera di scetticismo, dalla quale ancor oggi molti ambienti
sono inquinati" (4). La tesi di Montalenti può essere così
sintetizzata: la scienza dà per scontata l'evoluzione; se ci sono
state defezioni in ambiente scientifico, queste risalgono al
passato; se ci sono ancora oggi ambienti scettici nei confronti
dell'evoluzione, si tratta di "inquinamento"
tradizionalistico o idealistico. Questa interpretazione è
accettata dalla intellighentsia scientifica. A tutti i livelli:
accademico, scolastico e divulgativo, si incontra un atteggiamento
analogo. Ma viene completamente taciuto che ancora oggi, e oggi
forse più che in passato, qualificati scienziati di varie
discipline sono convinti proprio del contrario, e cioè che le
teorie evoluzioniste non solo non sono dimostrate, ma spesso
contraddicono le nostre conoscenze scientifiche. Solo l'ostracismo
a livello accademico, la ossequiente accondiscendenza verso i
potenti della scienza da parte della fascia intermedia della
divulgazione scientifica e il "silenzio stampa" hanno
creato il mito dell'evoluzionismo.
Questa cortina di silenzio, quasi perfetta, non può impedire,
almeno nei paesi occidentali, che qualificate voci si levino a
smascherare l'inganno. Tra i più attivi demitizzatori
dell'evoluzionismo deve essere annoverato A. Ernst Wilder Smith.
La sua qualificazione come uomo di scienza e di cultura è al di
sopra di ogni discussione. Come docente universitario ha avuto
cattedre di farmacologia in numerose università europee,
asiatiche e americane. Per la sua alta qualificazione gli sono
stati affidati anche importanti incarichi al di fuori
dell'ambiente accademico: per dieci anni ha diretto il settore
ricerche di una industria farmaceutica svizzera ed è stato
consigliere delle truppe americane della NATO in Europa per il
problema della droga.
La teoria dell'evoluzione è una teoria estremamente complessa
che deve spiegare tutta una serie di fenomeni, dalla comparsa
della vita sulla terra fino all'uomo. Wilder Smith ha affrontato
in numerosi libri e pubblicazioni molti di questi problemi, ma le
dimensioni di un articolo consentono appena di accennare a
qualcuna delle argomentazioni portate dall'autore contro la teoria
dell'evoluzione.
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Origine della vita
"La vita è [...] oggi costituita da un sistema binario in
cui l'informazione è contenuta negli acidi nucleici che la
trasmettono alle proteine; queste a loro volta esplicano tutte le
funzioni in seno all'organismo, compresa quella di ricostruire, al
momento della riproduzione, gli acidi nucleici rispettando la loro
struttura" (5).
L'informazione per la vita è contenuta in acidi nucleici che
per la teoria dell'evoluzione si sarebbero formati per puro caso.
Wilder Smith critica questa ipotesi basandosi sulle moderne teorie
dell'informazione. Le sue argomentazioni sono spesso complicate e
presuppongono conoscenze specifiche. Alcuni esempi, però, sono
significativi e facili da comprendere.
Battendo a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere è
possibile che a un certo punto venga scritta una parola che abbia
un senso, per esempio "pani". A questo punto si potrebbe
andare in visibilio per il fatto che il caso ha creato
informazione. Ma se all'esperimento fossero presenti stranieri che
non conoscono l'italiano, questi rimarrebbero perplessi, perché
per loro la parola "pani" non significa assolutamente
nulla. Però, se vi fosse un polacco, anche questo potrebbe essere
stupefatto dall'esperimento, giacché "pani" in polacco
significa "signora". Questo esempio mostra chiaramente
come la trasmissione di una informazione necessiti di un codice e
di una convenzione preesistenti. La successione degli acidi
nucleici fornisce il substrato all'informazione, così come la
successione delle lettere fornisce il substrato alla parola, però
il significato della parola dipende da un codice, e a seconda del
codice una sequenza può non avere alcun significato oppure averne
anche di differenti.
Inoltre, è necessaria anche l'esistenza di un sistema capace
di leggere, interpretare ed eventualmente mettere in pratica le
informazioni codificate nella sequenza degli acidi nucleici, cioè
"una relazione fra acidi nucleici e la formazione di proteine
specifiche. Purtroppo a questo punto non è facile trovare una
soluzione al problema" (6), come è costretto ad ammettere un
convinto evoluzionista.
Un postulato dell'evoluzione è costituito dalla
mutazione: cioè,
da errori di trascrizione del patrimonio genetico delle cellule si
avrebbe, in alcuni casi, la formazione di esseri viventi, che
meglio si adattano all'ambiente di quelli originari. Anche questa
concezione contraddice - secondo Wilder Smith - le attuali teorie
dell'informazione, secondo cui da un errore della trasmissione di
una informazione scaturirebbe un aumento dell'informazione.
È come ammettere che, facendo copiare infinite volte lo schema
di una radio, venga commessa una serie di errori. Le radio
costruite in base a questi schemi "mutati" sarebbero in
alcuni casi addirittura migliori di quelle costruite secondo lo
schema originale e avrebbero maggiore successo sul mercato
(selezione). Da una serie di errori di copiatura (mutazioni) e
dalla situazione di mercato (selezione) si svilupperebbero radio
sempre più complesse, e, ovviamente dopo un congruo numero di
sbagli, ne uscirebbe addirittura un televisore!
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Proteine utilizzabili per strutture viventi non si possono
formare per caso
Le proteine sono grosse molecole formate da lunghe catene di
aminoacidi. Queste catene non sono casuali, ma la sequenza degli
aminoacidi, la lunghezza e la forma sono del tutto specifiche e
conferiscono individualità a ogni essere o specie vivente.
Secondo la teoria evoluzionista, sulla terra si sarebbero
formati per caso aminoacidi, che si sarebbero accumulati in
soluzione nell'oceano, e dalla sintesi casuale di più aminoacidi
si sarebbero formate le prime proteine.
Aminoacidi si possono formare spontaneamente in natura in
particolari condizioni e si può senz'altro ammettere che si siano
formati sulla terra prima della comparsa di esseri viventi. Però,
qui sorge una difficoltà: gli aminoacidi hanno strutture
tridimensionali, che hanno come centro un atomo di carbonio. Di
ogni aminoacido esistono due forme simmetriche che, in base a
particolari caratteristiche, vengono definite destro o levogire.
Queste forme simmetriche hanno, in parte, le stesse
caratteristiche; però, in certe reazioni o strutture, è
utilizzabile solo l'una o l'altra forma. Gli aminoacidi che si
formano spontaneamente sono per il 50% destrogiri e per il 50%
levogiri, mentre le catene proteiche degli esseri viventi
utilizzano esclusivamente forme levogire. Questo fatto costituisce
una grande difficoltà per la teoria dell'evoluzione: le proteine
sono costituite da decine e centinaia di aminoacidi, ed è
sufficiente l'inserimento di un solo aminoacido destrogiro per
rendere la catena proteica inutilizzabile per la vita! Come si può
pretendere che, in una soluzione contenente in pari quantità
forme destro e levogire, si formino per sintesi casuale catene di
soli aminoacidi levogiri? Gli evoluzionisti hanno finora cercato
invano di dare una risposta soddisfacente a questo quesito. Per
quanto riguarda, poi, la sintesi delle catene proteiche, vi è
un'altra difficoltà. Le reazioni chimiche non avvengono a caso,
ma sono soggette a una serie di leggi: una di queste è la legge
di azione di massa. Se dalla reazione A+B si originano le sostanze
C e D, la reazione può andare anche in senso inverso, cioè da
C+D si possono formare A e B. La direzione della reazione, o il
suo equilibrio, dipende da una serie di fattori. Nel caso della
sintesi di due aminoacidi si ha la produzione di una molecola di
acqua: se dal sistema ove avviene la reazione si toglie acqua, la
reazione di sintesi viene facilitata; se invece nel sistema è
presente molta acqua, gli aminoacidi tenderanno a rimanere in
soluzione. Ma dove vi è più acqua che nell'oceano? Eppure gli
evoluzionisti ammettono che la sintesi delle grosse molecole
proteiche sia avvenuta proprio nell'oceano, nonostante la legge di
azione di massa. E Wilder Smith può affermare che "quasi
l'ultimo posto su questo pianeta, dove le proteine della vita si
potrebbero formare spontaneamente da aminoacidi è proprio
l'oceano. Eppure quasi tutti i manuali di biologia insegnano
questo errore, per giustificare la teoria dell'evoluzione e la
biogenesi spontanea. Si deve conoscere molto male la chimica
organica, o ignorarla di proposito, per non prendere in
considerazione i fatti accennati" (7).
[Fatto
interessante è che la teoria evolutiva, pur andando in
contraddizione con se stessa, ha disperato bisogno di trovare
ambienti ricchi di acqua. Così su Marte, la presenza di antichi
oceani è qualcosa che secondo gli evoluzionisti è indispensabile
per avvallare le loro idee. Ma, come abbiamo appena visto, le cose
non starebbero esattamente così. Di conseguenza gli oceani, ormai
secchi, di Marte dimostrerebbero semmai ben altro che
l'evoluzione. Inoltre, quando effettivamente Marte perse le sue
condizioni climatiche affini alla Terra? Siamo davvero certi che
si debba parlare di tempi stimati con 9 zeri? - commento
di pianetamarte.net]
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Vi sono organi e organismi che non possono essere assolutamente
considerati come risultato di una evoluzione
Mutazioni e selezioni sarebbero alla base dell'evoluzione. Però
in natura si trovano in continuazione ostacoli insormontabili.
Wilder Smith porta come esempio l'allattamento dei mammiferi
acquatici: l'allattamento nell'acqua comporta una situazione
completamente differente da quella sulla terra. Nell'acqua è
necessario succhiare o ricevere il latte senza aspirare acqua! Ci
troviamo in questo caso di fronte a una situazione chiara: gli
organi o sono fin dall'inizio perfettamente adatti allo scopo, e
allora l'allattamento può avvenire anche nell'acqua, o non lo
sono, ma ciò significa la morte dell'individuo. In questo caso,
come in numerosi altri, il modello di una lenta evoluzione, di una
lenta trasformazione, è completamente inadeguato.
Un altro esempio è costituito dagli organismi termofili, cioè
quegli organismi che vivono tra i 60° e i 100° C. Gli organismi
termofili trovano le migliori condizioni di vita, di sviluppo e di
riproduzione a temperature che per altri organismi sono letali,
cioè a temperature che denaturano le proteine di altri organismi.
L'evoluzione non può spiegare la comparsa di tali organismi. La
termofilia non dipende da un solo gene, ma da più geni, in quanto
sono numerose le strutture proteiche che devono essere adatte a
temperature superiori a quelle dei cosiddetti mesofili, per cui
non è possibile ammettere la comparsa di tale carattere con la
mutazione di un solo gene. Inoltre, non è neanche possibile una
lenta evoluzione di organismi sempre più resistenti al calore, in
quanto questi organismi possono svilupparsi solamente a
temperature elevate. Anche nel caso degli organismi termofili ci
troviamo di fronte a organismi perfettamente adattati a condizioni
di vita molto particolari, per i quali è impossibile ammettere
l'esistenza di forme intermedie. Anche in campo evoluzionista
viene riconosciuta una tale difficoltà: "Aumentare quindi
nell'evoluzione la temperatura cui può vivere un organismo vuol
dire aumentare la resistenza al calore di tutte le proteine
contemporaneamente, perché aumentare la stabilità alla
temperatura di una singola specie molecolare è perfettamente
inutile. In teoria servono quindi numerosissime mutazioni
contemporanee, il che è praticamente impossibile" (8).
Questo ordine di difficoltà è stato ben sintetizzato da Morpurgo:
"Come ha fatto il processo di selezione naturale a portare
alla formazione di una funzione che nel suo stato finale è utile
o indispensabile, ma nei suoi stati intermedi è inutile o
dannosa" (9)?
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Datazione
L'evoluzione per mutazione e selezione, considerata anche dal
punto di vista statistico, è talmente inverosimile che i teorici
dell'evoluzione si sono visti costretti a dilatare quasi
all'infinito la dimensione tempo, ammettendo periodi sempre più
lunghi per lo sviluppo della vita sulla terra, come se con questo
espediente si potesse rendere possibile l'impossibile!
Per molto tempo gli evoluzionisti si sono serviti, per la
datazione di rocce e di fossili, di un metodo assolutamente
inattendibile: assegnata, in modo del tutto arbitrario, una
determinata età a un certo fossile, questo consentiva di datare
le rocce che lo contenevano; a sua volta l'età delle rocce,
stabilita con il metodo accennato, serviva a determinare l'età di
altri fossili. Lo stesso Montalenti ammette la scarsa scientificità
di questo metodo: "Nel determinare l'età delle rocce ci si
dibatté per lungo tempo in un circolo vizioso" (10).
Particolarmente adatti per questo metodo sembravano essere i
fossili di animali estinti o ritenuti tali. Questo è stato il
caso della latimeria, una specie di pesce ritenuto estinto circa
300 milioni di anni fa. Nella datazione delle rocce, tutte quelle
contenenti latimerie fossili venivano considerate vecchie per lo
meno di 300 milioni di anni. Recentemente, però, sono stati
pescati, al largo delle coste del Madagascar, esemplari viventi di
latimeria. Perciò, tutte le datazioni effettuate sulla base di
fossili di latimeria sono prive di valore.
Ma esistono altri esempi che non solo mettono in dubbio la
validità di questo metodo, ma fanno vacillare addirittura tutta
la teoria dell'evoluzione. Secondo gli alberi genealogici
costruiti dagli evoluzionisti, i dinosauri si sarebbero estinti da
almeno 70 milioni di anni, mentre i primi uomini sarebbero
comparsi al più presto un paio di milioni di anni fa. Tra
l'estinzione dei dinosauri e la comparsa dell'uomo vi sarebbe,
quindi, un intervallo di circa 70 milioni di anni, per cui
dovrebbe essere stato impossibile che un uomo e un dinosauro si
siano mai incontrati.
Qualche anno fa è stata fatta una interessante scoperta nel
letto di un fiume del Texas, il Paluxy River: in una formazione di
gesso si trovano impronte, estremamente nitide, di brontosauro e
di uomo. L'unica spiegazione possibile è che il brontosauro e
l'essere umano, che hanno lasciato quelle impronte, siano stati
contemporanei. Infatti, se il gesso si fosse solidificato dopo
avere ricevuto le impronte di brontosauro e fosse diventato di
nuovo molle dopo 70 milioni di anni, le impronte di brontosauro
sarebbero andate perdute (11). Quello del Paluxy River è
senz'altro uno dei più significativi, ma non è l'unico esempio
di tale genere. Non sono rari i ritrovamenti di tracce umane in
strati geologici che dovrebbero risalire a periodi molto anteriori
alla comparsa dell'uomo sulla terra. Ma la scienza ufficiale
ignora tali ritrovamenti.
Per sopperire ai limiti della datazione con i fossili, si è
utilizzata la tecnica degli isotopi radioattivi e soprattutto del C14, isotopo radioattivo del carbonio. Nell'aria è presente una
certa quantità di C14, che entra nell'organismo tramite la
respirazione e viene utilizzato per costruire i tessuti. Dopo la
morte, con la cessazione della respirazione, cessa anche
l'assunzione di nuovo C14, mentre quello presente nei tessuti si
trasforma in carbonio non radioattivo con una velocità
conosciuta. Conoscendo la concentrazione di C14 nei tessuti al
momento della morte di un organismo e potendo misurare quanto ne
è ancora presente, è possibile calcolare con una certa
approssimazione l'età del fossile. Wilder Smith mette in dubbio
la validità dei risultati ottenuti con questa tecnica, che
presuppone la costanza del C14 nell'aria e quindi nei tessuti.
Secondo Wilder Smith questo è falso. Il C14 si forma dal
bombardamento di atomi di azoto da parte di raggi cosmici. La
intensità di tale bombardamento, e quindi la concentrazione del
C14, dipende dal campo magnetico terrestre: quanto maggiore è il
campo magnetico, tanto minore è la quantità di raggi cosmici che
riescono a penetrare nell'atmosfera. È da poco più di un secolo
che gli scienziati sono in grado di misurare il campo magnetico
terrestre, e in questo periodo il campo magnetico è
considerevolmente diminuito. Ciò ha notevoli conseguenze: se in
passato il campo magnetico terrestre era superiore all'attuale,
allora la concentrazione di C14 nell'aria era inferiore e, di
conseguenza, la quantità di isotopo presente negli organismi
viventi, per cui già al momento della morte la concentrazione era
inferiore a quella ammessa oggi.
[Appare
plausibile che in passato la Terra avesse un campo magnetico in
grado di sbarrare con maggiore efficienza i raggi cosmici. Se
dunque, ad un certo punto della storia, il campo magnetico
terrestre ha iniziato a deteriorarsi, cosa lo teneva prima in uno
stato di migliore efficacia nel deviare i raggi cosmici? Inoltre
Marte aveva un campo magnetico rilevante in passato? - commento
di pianetamarte.net]
Perciò la bassa concentrazione di C14 nei fossili non può
essere considerata solo come dipendente dalla considerevole età,
poiché dipende anche dalla minore concentrazione di C14 presente
nei tessuti già al momento della morte!
Questi fatti hanno un'altra ripercussione sulla teoria della
evoluzione, se si tiene presente il ruolo svolto dalle radiazioni
cosmiche nell'accelerare le mutazioni geniche. "In tempi
primitivi, con una scarsa irradiazione cosmica, saranno avvenute
meno mutazioni che non in tempi di più intensa irradiazione. Se,
dunque, le mutazioni sono la vera fonte dell'evoluzione darwiniana
(come viene sostenuto quasi unanimemente) allora questo tipo di
evoluzione sarà stato meno veloce con un forte campo magnetico
terrestre [...] l'evoluzione dovrebbe essere avvenuta molto più
lentamente in tempi preistorici con una debole irradiazione
cosmica rispetto a oggi con una elevata irradiazione e frequenti
mutazioni" (12).
Ma neanche enormi periodi di tempo riescono a spiegare alcuni
fenomeni: se l'evoluzione fosse avvenuta come gli evoluzionisti si
immaginano, si dovrebbero trovare molti fossili di forme
intermedie e dovrebbe essere possibile dimostrare la comparsa
successiva degli animali più complessi nei vari strati. I
ritrovamenti fossili dimostrano spesso il contrario. "In
breve tempo compaiono praticamente tutti i grandi gruppi di
animali oggi viventi, sia pure con forme diverse dalle
attuali" (13). Le grandi trasformazioni che hanno portato
alla formazione dei grandi gruppi animali oggi esistenti sarebbero
avvenute in breve tempo e non sono documentate da fossili, mentre
i ritrovamenti fossili dimostrerebbero piuttosto una considerevole
stabilità delle specie nel corso delle "decine e centinaia
di milioni di anni"!
[Il
paradosso della teoria dell'evoluzione sta proprio nel fatto che
"allungando i tempi dovrebbero aumentare le probabilità che
gli eventi si verifichino". Sfortunatamente, aumentato in
modo direttamente proporzionale anche le probabilità che gli
avvenimenti NON si verifichino. Proprio come il cane che si morde
la coda, la teoria evoluzionistica si inceppa nel suo stesso
postulato. - commento di pianetamarte.net]
Come ho accennato all'inizio, mi sono dovuto limitare a
riportare solo alcune delle obiezioni che Wilder Smith muove
all'evoluzione. Il problema è molto complesso, la teoria
dell'evoluzione fa acqua da tutte le parti e autorevoli esponenti
della scienza ne sono pienamente convinti. Purtroppo, la
disinformazione ufficiale ha creato una cortina di silenzio
attorno a questi scienziati, facendo credere che la
"scienza" dia per scontata l'evoluzione stessa. Ma, come
dice il titolo dell'ultimo libro di Wilder Smith, "le scienze
naturali non conoscono l'evoluzione".
Dott. Ermanno Pavesi
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Le
ormai famose sferule ritrovate sulla superficie di Marte.
Modellate dall'erosione dell'acqua o trattasi di frammenti emessi
durante attività vulcaniche? Forse potrebbero essere vere
entrambi le possibilità. In ogni caso l'interazione dell'acqua
sembra ormai confermata da numerosissime prove. Il modello
evolutivo prevede che l'acqua avrebbe favorito lo sviluppo di
molecole organiche complesse, fino allo sviluppo di basilari forme
di vita. Ma
le cose stanno davvero così? Ci sarebbe anche una suggestiva
ipotesi secondo la quale le sferule potrebbero essere esse stesse
forme di vita.
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Anche
questa immagine testimonia la passata interazione del suolo con
l'acqua liquida. Tuttavia l'acqua per restare allo stato liquido
necessita di diversi fattori essenziali che oggi Marte non ha
più. Ma nel passato? Sopratutto quando?
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Questa
conformazione del suolo probabilmente costituisce una evidenza
impressionante della passata presenza di acqua. Si direbbe quasi
come un fondale marino. Il terreno, che sembra un mosaico di
piastrelle, non ha nulla di artificioso: è un effetto dell'azione
dell'acqua. Stando così le cose, Marte doveva possedere
condizioni straordinariamente simili alla Terra.
Sarebbe
sorta la vita per generazione spontanea, come predice la teoria
evolutiva?
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Mars
Odissey ha tracciato una possibile mappatura della distribuzione
di idrogeno nel sottosuolo di Marte. Si presume che tale
abbondanza sia da associare alla presenza di acqua gelata nel
suolo in varie forme (ghiaccio o permafrost). Probabilmente in
passato la quantità di acqua era maggioredi quella che potrebbe
essere rimasta. Tuttavia,
Il gradualismo previsto nei
modelli evoluzionistici potrà ma offrire una teoria globale e
coerente che spieghi la nascita e lo sviluppo di Marte e delle sue
caratteristiche?
Le
immagini sono credits: NASA, JPL
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(1) GIUSEPPE MONTALENTI, L'evoluzione, Einaudi, Torino 1975, p.
94.
(2)
Ibid., p. 79.
(3)
Ibid., p. 94.
(4)
Ibid., pp. 96-97.
(5) GIORGIO MORPURGO, Capire l'evoluzione. Argomenti di
genetica e biologia molecolare, Boringhieri, Torino 1975, pp.
18-19.
(6)
Ibid., p. 23.
(7) A. ERNEST WILDER SMITH, Die Naturwissenshaften kennen keine
Evolution. Experimentelle und theoretische Einwände gegen die
Evolutionstheorie, Schwabe & Co. AG Verlag, Basilea-Stoccarda
1978, p. 24.
(8) G. MORPURGO, op. cit., p. 144.
(9)
Ibid., p. 50.
(10) G. MONTALENTI, op. cit., p. 116.
(11)
Cfr. A. E. WILDER SMITH, op. cit., p. 98.
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