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L'Italia
e la cultura scientifica
Editoriale marzo 2008 da "Area 51"
Da studente,
appassionato di astronautica ed argomenti scientifici, ero continuamente
alla ricerca di riviste che trattassero questi argomenti. Spesso mi sorbivo
lunghi telegiornali nell’attesa di qualche aggiornamento sull’ultima impresa
spaziale, attesa spesso vana o al più compensata da scarne note alla fine
del notiziario. Avevo l’impressione un po’ desolante di essere l’unico
interessato a quelle notizie. Gli argomenti scientifici non avevano dignità
di cultura; al massimo facevano parte delle curiosità da ultima pagina.
Il prezzo
pagato da tutti per questa distorta concezione culturale è stato altissimo.
Nei primi anni sessanta, per una serie fortunata di coincidenze. l' Italia
aveva la
possibilità di
diventare una delle nazioni
piu’ evolute d'Europa se,
accanto alle
favorevoli condizioni
economiche , fossero state
altrettanto favorevoli anche
quelle culturali e politiche.
Forte del
patrimonio di
conoscenze dei
fisici di
via Panisperna,
Fermi, Amaldi,
Majorana,
Pontecorvo,
la nostra fu tra le prime
nazioni, dopo le USA
e URSS,
a sviluppare
una tecnologia
nucleare. Il
Paese,
grazie all'intraprendenza
di persone come Enrico
Mattei,
si indirizzava
verso l'indipendenza
energetica e,
fatto senza precedenti, verso una cooperazione
diretta con alcuni paesi
produttori di petrolio.
Siamo in questi
anni, subito
dopo la Russia e l’America,
il terzo
paese al
mondo a
lanciare un
satellite artificiale,
il San Marco: è il
professor Broglio
a realizzare
il miracolo
con una manciata
di milioni.
C’erano industrie produttrici
di semiconduttori come la
ATES, la Mistral mentre la SGS ,
in collaborazione
con la Fairchild americana,
affinava una sofisticata
tecnologia per
la produzione
di chip
lineari di
potenza. Ed ancora la
Geloso, ricca
di un
prezioso patrimonio di
conoscenze nel
campo radiofonico
accumulate fin dai
tempi di
Marconi. |
L’Italia si presentava, quindi, come una
nazione ricca
di molte potenzialità in
ambiti strategicamente importanti
quali l'energia,
l’astronautica e l’elettronica,
settori che in pochi anni avrebbero
prodotto la più
grande trasformazione
nella storia
dell'umanità.
Ma c’era un ostacolo in agguato: una certa cultura
soltanto umanistica, impreparata all’impatto prodotto dalle tecnologie
emergenti. Cultura che dal suo piedistallo considerava scienziati e ricercatori
dei meri tecnici utili unicamente ad individuare soluzioni a problemi pratici
per migliore la qualità della vita. I nostri concorrenti economici seppero
sfruttare assai bene questa nostra cecità imponendoci un ruolo di sudditanza dal
quale non riuscimmo più a venir fuori. Con la tremenda sfida della
globalizzazione, ne stiamo ora pagando le conseguenze in termini di generale
regressione in tutti i settori vitali della Nazione.
Sicuramente pochi
ricordano che
il professor
Felice Ippolito,
protagonista di alcuni
nostri primati
nell'energia
nucleare, fu
per oscuri
motivi imprigionato
( fu poi
riabilitato, ma era ormai
troppo tardi)
e con lui
affossata la
nostra supremazia
in un settore
a quell'
epoca così importante.
Come pure
sono pochi quelli che
ancora oggi
si chiedono
chi fece
precipitare l'aereo di
Enrico Mattei,
decretando la
sua fine
e quella della nostra
promettente politica
nel campo degli idrocarburi. Il
prof. Broglio rimase senza
finanziamenti, schernito dai
giornalisti che ironizzavano
sulla nostra base
spaziale di Perdasdefogu
in Sardegna (ironicamente
ribattezzata “perdasdetiempo”).
Né più
accorta fu la
politica verso
l'elettronica:
la Geloso fu
fatta miseramente
fallire proprio
pochi anni
prima che
il boom dell' Hi-Fi
potesse farla
balzare fra le prime al mondo in un
settore che ha fatto
la fortuna delle multinazionali
Giapponesi. Così come la ATES e la Mistral,
mentre la SGS,
per sopravvivere,
dovette cedere
le proprie
conoscenze alla Thomson francese
che poteva
contare sugli
enormi investimenti
del suo
assai meno miope governo.
Il professore
Federico Faggin,
ideatore del microprocessore Z80,
i cui micro-codici
sono gli stessi adoperati nei
moderni microprocessori, costruì in America
i chip per realizzare i personal
computers che hanno
invaso il
mondo. Quali conclusioni
trarre da tutto ciò?
È verosimile
che la
nostra mancanza di
cultura scientifica
sia la
sola responsabile di
un così
clamoroso suicidio?
Si può affermare piuttosto
che ci fu
da parte dei
politici dell'epoca
un asservimento ad
interessi economici
stranieri che
non gradivano
concorrenti in campo
nucleare e
petrolifero autonomamente dai
grandi “cartelli”; ci fu
miopia al limite
dell'inettitudine
nel non comprendere
quale ricchezza
avrebbe potuto
rappresentare,
per una nazione
povera di
materie prime come la nostra,
lo sviluppo
di conoscenze
nel campo
dell’astronautica e dell'elettronica.
Ma ci fu,
e persiste tuttora,
anche colpevole acquiescenza
da parte
di una Nazione
i cui cittadini
ignorano tuttora
il progresso
scientifico degli
ultimi anni.
In quasi nessuna istituzione,
comunque,
è stata fatta
quell'opera
di aggiornamento
che avrebbe potuto
attenuare l’atavica
reticenza verso la cultura
scientifica. E così, nell’ignoranza diffusa,
spadroneggiano personaggi che, preposti da giochi politici a cariche importanti,
si sono autonominati scienziati; divulgatori che divulgano solo curiosità e,
spesso, autentiche sciocchezze; proliferano riviste scientifiche che, tra quiz
ed indovinelli, accrescono i dubbi anziché dissiparli. La cosa grave è che la
gente, impreparata com’è, prende tutto questo per cultura scientifica.
Ma una scienza con i paraocchi non può definirsi tale. Non
può definirsi tale una scienza medica che cura i sintomi e non le cause del
male; né è scienza quella che non si accorge, o fa finta di non accorgersi, che
non possono essere stati gli antichi Egizi a costruire piramidi alte centinaia
di metri con massi enormi che noi, con la nostra avanzata tecnologia, avremmo
difficoltà a sollevare solo a qualche decina metri. Ed ancora, che scienza è
quella che, pur di fronte a lapalissiane evidenze esclude la possibilità di
vita aliena con la sola motivazione che “non è possibile, quindi…. non c’è”. La
scienza vera non è quella di chi dice “Io sono la scienza” ma quella che
verifica con metodo galileano prima di fare affermazioni categoriche come quella
di Lord Kelvin che disse, agli inizi del secolo scorso, che mai un mezzo più
pesante dell’aria avrebbe potuto volare. O come qualche noto astronomo che ha
affermato che è estremamente improbabile che ci sia vita intelligente fuori dal
nostro pianeta e che, se anche ci fosse, non avremmo nessuna possibilità di
incontrarla visto che non potremmo mai superare la velocità della luce: in un
solo colpo ha escluso che ci possa essere vita nel nostro sistema solare e che
in qualche modo, in futuro, si possa aggirare l’ostacolo della velocità della
luce. Se questi sono gli scienziati non ci resta che sperare nei poeti che
sicuramente hanno ben altra visione del creato. Purtroppo di “Lord Kelvin” ce
ne sono ancora tanti e noi con la nostra impreparazione scientifica non sempre
li sappiamo identificare.
Prima che sia troppo tardi è necessario cambiare, altrimenti non saremo
protagonisti del nostro futuro ma solo spettatori,
destinati a
soccombere a
coloro i
quali la scienza
vorranno malamente
impiegare. E lo stanno già
facendo
Ennio Piccaluga
ennio.piccaluga@acaciaedizioni.com
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